La nave Handala della Freedom Flotilla sequestrata da Israele: attivisti fermati, tra cui due italiani
Articolo Precedente
Articolo Successivo
Redazione Interno
-
Le forze navali israeliane hanno intercettato e sequestrato la Handala, imbarcazione battente bandiera britannica e parte della coalizione Freedom Flotilla, mentre tentava di raggiungere la Striscia di Gaza per portare aiuti umanitari. L’episodio, riportato dai media israeliani sabato scorso, si inserisce in una lunga serie di blocchi imposti dal governo di Tel Aviv ai convogli diretti verso l’enclave palestinese, sottoposta a un assedio durato ormai anni.
La nave, partita dal porto italiano di Gallipoli il 20 luglio con un carico simbolico e 21 attivisti disarmati a bordo — tra cui parlamentari, medici e volontari — è stata costretta a dirigersi verso Ashdod, dove l’equipaggio è stato posto in stato di fermo. Tra loro figurano due cittadini italiani, il cui status è stato confermato dal ministro degli Esteri Antonio Tajani dopo un colloquio con il collega israeliano Gideon Sa’ar. "Stanno bene", ha assicurato Tajani, aggiungendo che saranno assistiti dall’ambasciata a Tel Aviv.
Uno degli attivisti, lo skipper barese Tony La Piccirella, dovrebbe essere rimpatriato entro mercoledì 30 luglio. La scelta di salpare dalla Puglia non era casuale: la regione, pochi giorni prima, aveva annunciato la sospensione dei rapporti istituzionali con Israele in segno di protesta per le vittime civili a Gaza. Intanto, l’organizzazione Adalah — che fornisce supporto legale ai detenuti palestresi — ha fatto sapere che diplomatici e avvocati stanno cercando di ottenere accesso agli arrestati.
Tra le voci che chiedono interventi immediati c’è quella del blogger Mazzeo, il quale ha lanciato un appello affinché il governo italiano faccia pressioni per il rilascio dei fermati. La Freedom Flotilla, che dal 2010 è più volte finita al centro di scontri diplomatici — come nel caso del raid israeliano sulla Mavi Marmara, costato la vita a dieci attivisti — continua a denunciare quello che definisce "un blocco illegale", mentre Israele giustifica le operazioni di interdizione come misure necessarie per prevenire il contrabbando di armi.




