Iran, la strategia della sete: attacchi ai dissalatori del Golfo
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Redazione Esteri
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Se c’è una cosa che questa guerra ha mostrato al mondo è la capacità strategica degli eredi della grande Persia. Azione e reazione sono le ascisse e le ordinate di un piano iraniano che si dispiega nonostante i danni, le scosse alle fondamenta del regime e le perdite provocate dagli attacchi di Stati Uniti e, fino a un mese fa, di Israele.
Dunque, non c’è niente di casuale se, per due giorni consecutivi, le milizie e le forze regolari di Teheran hanno preso di mira non solo obiettivi militari tradizionali, ma quel che è peggio, le riserve idriche dei paesi del Golfo Persico, a cominciare dal Kuwait, dove un impianto di dissalazione è stato ridotto in fiamme con conseguenze che vanno ben oltre il danno materiale immediato.
Il bersaglio sensibile: l'acqua nel deserto
L’attacco di ieri, 18 luglio, contro un sito petrolifero e di desalinizzazione a Mangaf, area a sud della capitale Kuwait City, rappresenta un cambio di passo nella strategia bellica di Teheran. Le fiamme alte e il fumo denso che si sono levati dall'impianto raccontano solo una parte della vicenda, perché il vero obiettivo era colpire la linfa vitale di un paese che, per sopravvivere nel deserto, dipende quasi interamente dal mare per produrre acqua potabile.
La Kuwait Petroleum Corporation ha parlato di "ripetuti e brutali attacchi" che hanno causato numerosi feriti e perdite materiali significative, confermando che il sito è stato immediatamente evacuato mentre le autorità locali tentavano di gestire l'emergenza in coordinamento con gli organi statali competenti. Quello che emerge dalle prime ricostruzioni è un piano studiato nei minimi dettagli, volto a mettere in ginocchio le economie dei paesi vicini, costringendoli a fare i conti con una risorsa che, in quelle latitudini, vale più del petrolio stesso.
L'escalation dopo il collasso del cessate il fuoco
Lo scenario in cui si inserisce questa offensiva è quello di una guerra che non accenna a placarsi, anzi. Siamo ormai a una settimana dal collasso del cessate il fuoco che per qualche giorno aveva fatto sperare in una tregua, e le ostilità sono riprese con un'intensità che ha superato persino i momenti più critici dei mesi precedenti. Gli Stati Uniti hanno condotto la settima notte consecutiva di raid su obiettivi militari iraniani, e Teheran ha risposto allargando il fronte, colpendo non solo le postazioni americane ma anche gli alleati di Washington nella regione.
Oltre al Kuwait, nella giornata di ieri sono stati registrati attacchi anche contro la Giordania, paese che funge da cerniera tra il Golfo e il Mediterraneo e che negli ultimi tempi aveva assunto un ruolo sempre più centrale nel dispositivo di difesa occidentale. L'aeroporto internazionale del Kuwait è stato costretto a sospendere le operazioni a causa delle ripetute minacce di missili e droni, segnale che l'Iran intende paralizzare ogni attività civile e militare nell'area, creando un effetto domino che si riverbera sui traffici commerciali e sulla vita di milioni di persone.
La risposta del Kuwait e il rischio di un conflitto allargato
Di fronte a questa offensiva senza precedenti, il governo del Kuwait ha assunto un tono che non lascia spazio a interpretazioni ambigue. In una nota ufficiale diffusa dal ministero degli Esteri, l'emirato ha intimato all'Iran di porre fine ai bombardamenti, avvertendo che "lo stato del Kuwait si riserva il pieno diritto di adottare tutte le misure necessarie per preservare la propria sicurezza e difendere il proprio territorio e le proprie infrastrutture vitali contro qualsiasi aggressione o minaccia".
Parole che suonano come un avvertimento chiaro e netto, anche se al momento non è stato specificato se il Kuwait intenda rispondere direttamente con azioni militari o se preferisca affidarsi alla protezione degli alleati, a cominciare dagli Stati Uniti che hanno basi importanti nel paese.
Quel che è certo è che la posta in gioco si è alzata in modo drammatico, perché colpire l'acqua significa colpire la popolazione civile in modo diffuso e indiscriminato, e questo tipo di strategia difficilmente può essere tollerato dalla comunità internazionale senza innescare una reazione proporzionalmente dura.
La logica della "sete" come arma di pressione
Osservando la mappa degli attacchi delle ultime 48 ore, viene naturale chiedersi se non ci troviamo di fronte a un disegno strategico più ampio, che va oltre la semplice rappresaglia militare. L'Iran, paese che conosce bene le difficoltà di un ambiente arido, ha capito che il punto debole dei suoi vicini del Golfo non sono tanto le installazioni petrolifere, pur fondamentali, quanto gli impianti di dissalazione che trasformano l'acqua salata in acqua dolce.
Danneggiare questi siti significa creare una crisi umanitaria in tempi brevissimi, perché le riserve d'acqua nei paesi del Golfo sono limitate e non potrebbero sostenere la domanda di una popolazione che, negli ultimi decenni, si è abituata a un tenore di vita elevato anche grazie alla disponibilità di risorse idriche garantite proprio da queste infrastrutture.
I danni riportati dall'impianto di Mangaf, se non verranno riparati in tempi rapidi, potrebbero causare una carenza d'acqua potabile che metterebbe a dura prova le capacità di resistenza del paese, costringendo il governo a razionare le forniture e a cercare soluzioni di emergenza che richiedono tempo e risorse. In questo senso, colpire l'acqua è molto più efficace che colpire il petrolio, perché mentre le riserve di greggio possono durare per settimane o mesi, l'acqua è un bisogno quotidiano, imprescindibile, che non ammette attese.
L'evoluzione degli scontri nelle prossime ore dipenderà in larga misura dalla capacità del Kuwait di riparare i danni subiti e di rassicurare la propria popolazione, ma anche dalla risposta che gli Stati Uniti e gli altri alleati decideranno di dare a questa nuova, insidiosa strategia iraniana. La guerra, insomma, è entrata in una fase in cui i confini tra obiettivo militare e bersaglio civile si fanno sempre più labili, e la posta in gioco non è più solo il controllo del petrolio ma la sopravvivenza stessa di intere popolazioni in una delle aree più aride del pianeta.




