Referendum, il sì di Pisapia (nel nome del padre) spiazza la sinistra. Sala: «Lo rispetto»
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Redazione Interno
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Il telefono di Giuliano Pisapia, in queste ore, è letteralmente preso d'assalto. Una sequenza interminabile di chiamate e messaggi da parte di chi, a sinistra, cerca di comprendere le ragioni di una scelta che ha l'effetto di una pietra lanciata in uno stagno prima immobile. Tutti lo cercano, giornalisti e compagni di un tempo, ex alleati e semplici cittadini, nel tentativo di farsi spiegare le motivazioni che lo hanno spinto a prendere posizione a favore della riforma della Giustizia, quella stessa riforma che il Partito Democratico di Elly Schlein e il Movimento Cinque Stelle combattono con tutte le loro forze. Eppure, da lui, nessuna ulteriore dichiarazione è filtrata. Il motivo è presto detto: in quel laconico messaggio, un semplice whatsapp inviato giovedì sera a un cronista del quotidiano il Giornale, c'è già tutto ciò che serve sapere. Non c'è bisogno di aggiungere altro, perché quella presa di posizione, per chi conosce la sua storia personale e politica, è figlia di un percorso ben preciso, che affonda le radici in un'eredità ingombrante e preziosa al tempo stesso.
Giuliano Pisapia, l'uomo che nel 2011 strappò Milano al centrodestra dopo vent'anni di dominio ininterrotto, rompendo un tabù che sembrava inscalfibile, ha dunque annunciato che al referendum confermativo voterà Sì. Lo fa, e il dettaglio non è di poco conto, nel nome del padre. Gian Domenico Pisapia, avvocato e giurista tra i più autorevoli del Novecento, fu tra i padri nobili del Codice di procedura penale, e da lui il figlio ha ereditato non soltanto lo studio legale, ma una vera e propria concezione della giustizia come bene supremo e come meccanismo perfetto da preservare e, quando necessario, riformare. Una scelta, la sua, che ha spiazzato non poco il composito fronte del No, quello che vede in prima linea la segretaria dem e il sindaco in carica Beppe Sala, il quale, interpellato sulla sorprendente uscita del suo predecessore, ha commentato con un diplomatico «lo rispetto». Una chiusura secca, la sua, che lascia intendere tutto il fastidio per una defezione eccellente che arriva nel momento più caldo della campagna referendaria, a pochi giorni dall'evento clou di venerdì, quando in piazza Sant'Agostino la Schlein chiuderà la maratona per il No insieme, tra gli altri, proprio a Sala, mentre dall'altra parte della città, al Teatro Parenti, si terrà la chiusura della campagna per il Sì.
Se la posizione di Pisapia ha il sapore di una novità assoluta, capace di aprire una breccia nel fronte progressista, la storia delle giravolte sulla giustizia nel centrosinistra è invece un racconto fatto di repentini cambi di casacca e di memorie che paiono improvvisamente offuscate. Sfogliando gli archivi, recuperando vecchie interviste e filmati di convegni dimenticati, emerge un curioso gioco delle parti: molti di coloro che oggi si ergono a paladini del No, sventolando la bandiera della difesa della Costituzione, in passato avevano posizioni diametralmente opposte. C’è chi, come Clemente Mastella, che pure da ministro della Giustizia visse sulla propria pelle il tormento di un’inchiesta, oggi si dice convintamente contrario alla riforma, e chi, come Massimo D'Alema, che la separazione delle carriere la sostenne durante i lavori della Bicamerale di fine anni Novanta, oggi tace o si allinea alla posizione ufficiale del partito in cui è tornato a militare. Il paradosso, insomma, è servito: ieri si difendeva la separazione delle carriere o il sorteggio dei componenti del Csm come strumenti di modernizzazione e garanzia; oggi, quelli stessi principi vengono bollati come un attacco alla democrazia e un tentativo di mettere la magistratura sotto scacco dell'esecutivo.
La frattura nell'Accademia e il paragone con l'Occidente
Ma la battaglia per il referendum non si combatte soltanto nelle piazze o nei salotti della politica. Il fronte del Sì, in queste settimane, ha incassato adesioni inaspettate anche in un luogo apparentemente lontano dalle baruffe partitiche, e cioè nel mondo dell'Accademia. Significativa, in tal senso, è la spaccatura che si è consumata all'interno dell'Associazione tra gli studiosi del processo penale intitolata proprio a Gian Domenico Pisapia, il padre di Giuliano. Il direttivo dell'Associazione ha infatti approvato un documento di sostegno alla riforma costituzionale, suscitando le ire di molti soci, i quali lamentano di non essere stati consultati e annunciano battaglia. Nel testo si legge che la norma tenderebbe a una più coerente attuazione del giusto processo, mettendo al vertice dei valori l'imparzialità del giudice, un principio più volte richiamato dalla stessa Corte Costituzionale. E se alcuni professori gridano allo scandalo e meditano le dimissioni, altri, come l'ex presidente del Senato Marcello Pera, non perdono occasione per sottolineare come l'Italia, con la separazione delle carriere, si allineerebbe finalmente al resto del mondo occidentale. Pera ricorda, in proposito, una visita ufficiale negli Stati Uniti quando, parlando con i giudici della Corte Suprema, questi gli confidarono che il nostro ordinamento, con i pm magistrati e la loro promiscuità con i giudici, era per loro semplicemente «incomprensibile». Una diversità italiana che, per i sostenitori della riforma, è ormai un'anomalia da correggere, nel nome di una giustizia più efficiente e, soprattutto, più credibile agli occhi dei cittadini.




