Referendum giustizia, l’affluenza record spiazza i sondaggisti e accende la sfida tra Nord e Sud
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Redazione Interno
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A sorprendere, questa volta, non è stato l’esito del voto – ancora in bilico mentre si scrive – ma la mole di italiani che hanno deciso di interrompere un sabato di primavera per recarsi ai seggi. Il referendum costituzionale sulla riforma della giustizia, quello che chiede ai cittadini di esprimersi sulla separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri e sulla creazione di due distinti Consigli superiori, ha fatto registrare un’affluenza che nessuno, a dire il vero, si aspettava. Con i dati consolidati della prima giornata, domenica 22 marzo, il dato nazionale ha superato abbondantemente il 46%, un risultato che stride con il tradizionale disamore degli italiani per le urne, specialmente quando si tratta di consultazioni caratterizzate da un linguaggio tecnico e da quesiti di difficile interpretazione. I sondaggisti, presi in contropiede da questa partecipazione massiccia, hanno dovuto ricredere: il tema della riforma, inizialmente percepito come ostico o distante dalla sensibilità popolare, si è rivelato un potente catalizzatore di mobilitazione, alimentato forse dalla tensione politica accumulatasi nelle settimane precedenti e dall’impegno diretto della società civile.
Il dato in chiaroscuro delle grandi città
Se si scende nel dettaglio della geografia elettorale, emergono due Italie che, pur recandosi insieme alle urne, lo fanno con intensità molto diversa. La palma d’oro dell’affluenza, tra i grandi centri urbani, va senza dubbio a Bologna. Il capoluogo emiliano, tradizionalmente laboratorio di partecipazione civica, ha fatto segnare picchi ben al di sopra della media nazionale, superando in alcune zone il 50% già nel primo pomeriggio di domenica, trainando l’intera regione Emilia-Romagna verso il primato. Di segno opposto, ma altrettanto significativo, il dato che arriva da Napoli. Ferma al 37,19%, la città partenopea ha mostrato un certo distacco rispetto all’entusiasmo del Nord, confermando una frattura che attraversa il Paese. Al Sud, in generale, l’affluenza arranca: mentre in Lombardia e Veneto si supera spesso la soglia del 50%, in regioni come la Campania, la Calabria e la Sicilia il traino è decisamente più debole, con punte di disaffezione che hanno costretto gli addetti ai lavori a rivedere le stime della vigilia. Le urne resteranno aperte fino alle 15 di oggi, lunedì 23 marzo, e in queste ore finali gli ultimi ritardatari potranno ancora contribuire a modificare un quadro che, comunque vada, ha già segnato un record storico per una consultazione di questo tipo.
Un voto senza quorum ma con un peso politico inaspettato
A differenza di altri appuntamenti referendari, per questo non è previsto alcun quorum: il risultato sarà valido indipendentemente da quanti elettori si presenteranno, rendendo ogni singolo voto potenzialmente decisivo. Proprio questa assenza di una soglia minima ha spinto gli analisti a concentrare l’attenzione sul significato politico della mobilitazione. La partita, insomma, si giocava tutta sulla capacità di mobilitare i rispettivi elettorati. Gli istituti di sondaggio, spiazzati dall’impennata dell’ultima ora, ammettono che fino a pochi giorni fa le previsioni parlavano di una forbice tra il 41 e il 51 per cento di partecipanti, un margine che è stato ampiamente superato. Questo scarto, sostengono alcuni analisti, rende difficile stabilire chi possa trarre maggior vantaggio da questa inaspettata ondata di affluenza. Ciò che appare certo, al di là delle interpretazioni, è che il referendum sulla giustizia – nonostante la complessità del quesito, che modifica articoli come il 104 e il 107 della Costituzione – ha saputo catalizzare l’attenzione molto più di quanto accaduto nelle precedenti consultazioni costituzionali del 2020 o del 2016.
Società civile e scontro politico dietro la mobilitazione
A spingere gli elettori verso i seggi, stando a quanto emerge dai commenti degli osservatori, è stato un insieme di fattori difficilmente separabili. Da un lato, la mobilitazione della società civile – con comitati di professori, avvocati e magistrati che hanno organizzato incontri in tutta Italia – ha contribuito a colmare il divario informativo, trasformando un testo di legge percepito come lontano in una questione sentita. Dall’altro, la durissima contrapposizione politica tra il governo e le opposizioni ha dato al voto un carattere quasi plebiscitario, facendolo diventare, per molti elettori, un banco di prova per valutare la fiducia nell’esecutivo. La premier Giorgia Meloni, in trincea per sostenere il “Sì”, ha contribuito a polarizzare ulteriormente il dibattito, dando alla consultazione quella dimensione di “sfida” che spesso manca nei referendum costituzionali. La presenza trasversale di sostenitori del “Sì” e del “No” in tutte le aree del Paese rende per ora inestricabile la matassa: i numeri finali dell’affluenza, che si attendono nella tarda serata, diranno se questa ondata di partecipazione avrà avuto una direzione prevalente o se, come sembra suggerire la prudenza degli esperti, la partita resterà aperta fino all’ultima scheda contata.




