Referendum giustizia, l’affluenza boom sorprende i pronostici: al Nord si supera la metà degli aventi diritto

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Redazione Interno Redazione Interno   -   La lunga giornata di domenica, quella che doveva essere solo l’inizio di una tornata elettorale spesso caratterizzata dall’apatia dei cittadini, ha invece consegnato agli osservatori un dato in controtendenza: alle 23 di sera, quando i seggi hanno chiuso per la prima delle due sessioni di voto, il 46,07% degli aventi diritto si era già recato alle urne per esprimersi sul referendum costituzionale riguardante la riforma della giustizia. Una percentuale, questa, che assume un significato ancora più rilevante se paragonata al precedente analogo del 2020, quello sulla riduzione del numero dei parlamentari, quando alla stessa ora si era fermata al 39,37%. A pesare sull’andamento, in attesa della riapertura dei seggi fissata per lunedì 23 marzo dalle 7 fino alle 15, è stata soprattutto la spinta proveniente dalle regioni del Centro-Nord, capaci di trascinare verso l’alto la media nazionale e di trasformare quello che doveva essere un voto a bassa partecipazione in un vero e proprio affluenza record.

La geografia del voto e il primato del Nordest

Se si analizza la cartina dello stivale per macro-aree, emerge con chiarezza la dicotomia tra una realtà settentrionale mobilissima e un Mezzogiorno che, pur senza raggiungere i picchi di partecipazione sperati, ha comunque registrato dati migliori rispetto alle più fosche previsioni. L’Emilia-Romagna si è confermata la locomotiva del voto, raggiungendo il 53,7% di affluenza, seguita a ruota dalla Toscana con il 52,49% e dalla Lombardia, che si è attestata al 51,71%. In questo contesto, la provincia di Bergamo – con i suoi oltre 846mila cittadini chiamati alle urne distribuiti in 983 sezioni – ha giocato un ruolo da protagonista, toccando il 52,6% e posizionandosi tra le realtà più virtuose d’Italia. Un dato che nella città capoluogo ha raggiunto punte ancora più elevate, arrivando al 56,9% già al termine della prima giornata di consultazioni.

Il Veneto e il Friuli Venezia Giulia non sono stati da meno, superando rispettivamente il 50,29% e il 48,52%. Tra le istantanee più significative della giornata, quella che ha visto il Guardasigilli Carlo Nordio recarsi a votare nella sua Treviso, una provincia che, non a caso, ha fatto registrare un abbondante 50% di affluenza. Il Trentino-Alto Adige, pur mostrando una forbice interna notevole tra la componente trentina (51,96%) e quella altoatesina (ferma al 30%), ha comunque contribuito a delineare un quadro in cui il solo dato nazionale del 46,07% rischia di essere fuorviante, nascondendo la realtà di territori dove più della metà degli elettori ha già espresso la propria volontà.

Un risultato inaspettato rispetto alle aspettative della vigilia

L’incognita principale che aleggiava alla vigilia del voto era proprio quella legata alla partecipazione, spesso ritenuta l’ago della bilancia per l’esito finale di consultazioni dal carattere così tecnico. Il superamento del 46% alla prima tornata – con ancora un’intera mattinata di voto a disposizione – ha clamorosamente smentito i sondaggi che prospettavano un’affluenza ben più bassa. Il confronto con le tornate elettorali più recenti restituisce la portata del fenomeno: alle 12 di domenica, l’affluenza era del 14,92%, più del doppio rispetto a quanto registrato nel giugno del 2025, quando si votò sui cinque quesiti referendari riguardanti lavoro e cittadinanza.

La spinta propulsiva delle regioni settentrionali ha in parte riequilibrato un andamento che, nelle prime ore del mattino, sembrava destinato a ricalcare le differenze storiche tra Nord e Sud. Se è vero che la Sicilia e la Calabria hanno fatto registrare i dati più bassi (rispettivamente 34,94% e 35,70%), è altrettanto vero che la percentuale nazionale finale, destinata a crescere ulteriormente con il voto di lunedì, ha già superato di molti punti percentuali le aspettative degli analisti. Le grandi città hanno risposto con entusiasmo: Bologna ha sfiorato il 21,5% già alle 12, Roma il 17,8% e Firenze il 20,5%, segnali di un interesse che ha attraversato anche i grandi centri urbani, spesso più refrattari alla mobilitazione referendaria.

La dinamica della partecipazione e il confronto storico

Analizzando il flusso orario del voto, si nota come la mobilitazione non sia stata dettata da una corsa di massa immediata, ma da un afflusso costante che ha livellato le differenze nel corso della giornata. Se nel pomeriggio la partecipazione ha mantenuto un ritmo sostenuto, il dato delle 19 (38,9%) ha confermato la tendenza di un elettorato che sembra aver risposto più a motivazioni personali che a ordini di scuderia. Il raffronto con il referendum costituzionale del 2016 – quello sulla riforma Boschi-Renzi – è complesso perché in quella circostanza si votò in un solo giorno, raggiungendo un’affluenza finale del 65%. Tuttavia, il dato del 2026 segna già un +6,7% rispetto al primo giorno del referendum del 2020 e dimostra come, nonostante l’assenza di un quorum obbligatorio, la riforma dell’ordinamento giudiziario abbia catalizzato l’attenzione dei cittadini.

La possibilità di esprimersi sulla separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri – cuore pulsante della riforma – sembra aver funzionato da traino per una partecipazione che ha superato persino le più rosee previsioni. I seggi, rimasti aperti per l’intera domenica, hanno visto un’affluenza particolarmente sostenuta in quelle province dove il dibattito sulla giustizia, alimentato da mesi di confronto politico, si è fatto più acceso. La Bergamasca, con il suo 52,6%, ne è l’esempio più lampante, così come la Toscana, dove il dato finale ha ampiamente superato la soglia psicologica del 50%.

Il voto del lunedì e la chiusura dei seggi

Con la riapertura dei seggi nella mattinata di lunedì 23 marzo, l’attenzione si è spostata sulla capacità di mantenere il ritmo per consentire all’affluenza definitiva di consolidare il record. L’orario di chiusura è fissato per le 15, dopo di che si procederà immediatamente allo spoglio delle schede. A differenza di quanto accade per i referendum abrogativi, per questo referendum costituzionale non è previsto il raggiungimento di un quorum di partecipanti: l’esito sarà deciso esclusivamente dalla maggioranza dei voti validi espressi, indipendentemente dal numero di coloro che si sono recati alle urne.

La lunga maratona elettorale ha visto protagonisti, oltre ai semplici cittadini, anche diverse figure istituzionali: il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ha votato a Palermo accolto dagli applausi, mentre la presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, ha scelto di recarsi al seggio nella mattinata di lunedì a Roma. La macchina organizzativa, che ha gestito oltre 51 milioni di aventi diritto distribuiti su tutto il territorio nazionale, ha funzionato senza particolari intoppi, se si escludono le consuete polemiche di rito su presunte violazioni della par condicio nei seggi. Ora, con le urne pronte a chiudersi, l’unico vero interrogativo che rimane sospeso non riguarda più la quantità di chi ha votato – già eccezionale – ma la qualità della scelta espressa da questo elettorato insolitamente numeroso.

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