Il referendum sulla giustizia, affluenza record al primo giorno: oltre il 46% in Italia, al Sud si ferma al 35,79%

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Ha chiuso con un dato, quello delle 23 di domenica, che ha sorpreso persino gli osservatori più attenti: il 46% degli aventi diritto, in Italia, si è già recato alle urne per esprimersi sulla riforma costituzionale dell’ordinamento giurisdizionale. Una percentuale che, nella prima delle due giornate di voto, ha superato quella di qualsiasi altra consultazione referendaria del terzo millennio, segnando un’inversione di tendenza netta rispetto al recente passato – basti pensare che si tratta di quasi dieci punti in più rispetto al referendum del 2020 sul taglio dei parlamentari.

La fotografia dell’affluenza, inevitabilmente, restituisce un Paese spaccato lungo le sue linee geografiche tradizionali. Se nel Nord si registra una partecipazione vivace, con l’Emilia Romagna in testa e la Lombardia subito a seguire, il Sud arranca. La Calabria, in particolare, si ferma al 35,79%: un dato che pesa, e che cala ulteriormente guardando ai singoli comuni. A Cosenza, per esempio, l’affluenza alle 23 si è attestata al 41,98%, mentre nel limitrofo comune di Rende ha toccato il 43,91%. Più marcato, e in controtendenza rispetto al resto del Paese, il divario che si registra in Campania, dove la mobilitazione è stata decisamente più bassa, così come in Sicilia, che al momento risulta la regione con il minor numero di votanti.

L’eccezione, in questo quadro, arriva dall’area modenese. La provincia di Modena ha infatti registrato un’affluenza complessiva del 54,42% alla rilevazione serale, con il capoluogo che ha fatto ancora meglio: 58,35%, pari a 77.882 votanti. Un dato che conferma la tendenza delle aree storicamente più partecipative a trainare la tornata, in un contesto però che vede anche grandi città come Roma e Milano collocarsi tra le prime per affluenza, contribuendo così a sostenere il dato nazionale.

I seggi resteranno aperti anche nella giornata di lunedì 23 marzo, dalle 7 alle 15, per consentire a chi non si fosse ancora recato al voto di farlo. Si tratta, questa, di una peculiarità non secondaria: contrariamente ad altre consultazioni, per la validità del referendum non è necessario raggiungere il quorum del 50% più uno degli aventi diritto. Il voto sarà valido a prescindere dall’affluenza finale, un elemento che rende ancora più significativo il dato della prima giornata, spesso considerato un termometro dell’interesse effettivo attorno al quesito.

La riforma, voluta dal governo guidato da Giorgia Meloni, modifica le norme in materia di ordinamento giurisdizionale e istituisce la Corte disciplinare: un intervento strutturale sul sistema giudiziario sul quale gli italiani sono chiamati a esprimersi con un sì o con un no. L’alta affluenza registrata fino a questo momento, con marcate differenze tra le regioni, restituisce l’immagine di un elettorale che, pur muovendosi a velocità diverse, ha scelto di partecipare in massa a una consultazione che, pur non essendo a rischio di invalidità, ha mobilitato oltre quattro cittadini su dieci già nella prima tornata.

Un andamento a due velocità tra Nord e Sud

L’analisi dei dati parziali evidenzia una partecipazione che procede a due velocità: da un lato le regioni del Centro-Nord, con affluenze che in alcuni casi superano abbondantemente la media nazionale; dall’altro il Mezzogiorno, dove il dato si ferma su valori significativamente più bassi. Se in Emilia Romagna e Lombardia il movimento verso i seggi è stato sostenuto fin dalle prime ore, in Calabria e Sicilia si è registrata una maggiore cautela, se non un vero e proprio disinteresse – se misurato con il parametro delle altre aree. La Campania, poi, si pone anch’essa in coda, contribuendo a delineare una mappa dell’astensionismo che ricalca, seppur con le dovute eccezioni, le linee di frattura storiche del voto referendario.

Il peso specifico dei grandi centri urbani

A sostenere il dato nazionale, oltre alla spinta delle regioni tradizionalmente più partecipative, hanno contribuito in maniera determinante i grandi centri urbani. Roma e Milano, da sempre barometri del voto cittadino, hanno fatto registrare percentuali in linea con le aspettative, confermando il loro ruolo di traino in una tornata che, a livello locale, ha visto emergere anche realtà di dimensioni più contenute ma dal tasso di partecipazione eccezionale. Il caso di Modena, con il suo 58,35% nel capoluogo, rappresenta forse l’esempio più eclatante di come l’interesse per il quesito – o, più semplicemente, il radicato senso civico – possa tradursi in un’affluenza da record, capace di fare da contraltare al dato più flebile delle aree meridionali.

Il significato di un’affluenza che non fa quorum

La peculiarità di questa consultazione, che non richiede il raggiungimento del quorum per essere valida, ha inevitabilmente modificato le dinamiche di voto. L’assenza della soglia del 50% ha liberato gli elettori dall’eventuale timore di un voto “inutile” – o, al contrario, ha evitato che si creassero quelle dinamiche di mobilitazione forzata tipiche dei referendum abrogativi a rischio invalidità. In questo contesto, il dato del 46% registrato alle 23 di domenica assume un rilievo particolare: rappresenta il livello di partecipazione spontanea, senza la spinta propulsiva del quorum da raggiungere, e si configura come un dato storico, superiore a quello di ogni altro referendum del terzo millennio.

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