Il sonno ‘pulisce’ il cervello, la scienza spiega (e Garattini mette in guardia dai sonniferi)
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Redazione Salute
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Sette ore. Non un minuto di meno, se si vuole che quell’organo complesso e iperattivo che portiamo nella scatola cranica si liberi dei rifiuti accumulati durante la veglia. Il professor Silvio Garattini, fondatore dell’Istituto di ricerche farmacologiche Mario Negri, lo ripete con la chiarezza che lo contraddistingue: la regola, per la maggior parte delle persone, prevede una permanenza nel mondo dei sogni che si aggiri attorno a questa soglia. C’è una ragione biologica, precisa lo scienziato, se la natura ci ha costretti a staccare la spina per un terzo della nostra esistenza: il metabolismo cerebrale, intensissimo, produce una quantità di “scorie” tale che, durante il giorno, non c’è materialmente il tempo di smaltirle del tutto.
Il turno di notte del cervello
Dormire, quindi, non è una pausa passiva, ma un processo attivo e dinamico. È la scoperta, ormai consolidata nelle neuroscienze, che vede nel sistema glinfatico una sorta di idraulico notturno. Già nel 2013, la neuroscienziata Maiken Nedergaard (all’epoca University of Rochester Medical Center) aveva acceso i riflettori su questo meccanismo: mentre il riposa, lo spazio tra le cellule cerebrali si espande (addirittura del 60% nei modelli animali), permettendo al liquido cerebrospinale di fluire e ripulire i tessuti dalle tossine metaboliche, inclusa quella beta-amiloide spesso associata a declino cognitivo. La stessa Nedergaard, in una recente revisione pubblicata su “Science”, ha paragonato questo stato a una sinfonia altamente organizzata, dove neuromodulatori e vasi sanguigni si coordinano per spazzare via i detriti.
L’allarme dell’istituto Mario Negri
Garattini, intervenendo nel corso di una trasmissione televisiva, ha voluto sottolineare un aspetto cruciale che spesso viene sottovalutato. Se durante la notte la “velocità di cancellazione” delle impurità cerebrali raddoppia, chi non rispetta quella soglia minima condanna il proprio cervello a trattenere quelle sostanze. L’accumulo nel tempo, avverte il farmacologo, finisce per danneggiare l’organo. Ma l’avvertimento più netto riguarda i farmaci: la tentazione di affidarsi ai sonniferi è un’arma a doppio taglio. Le benzodiazepine, spiega Garattini, inducono rilassamento muscolare (aumentando il rischio di fratture in caso di caduta) e, cosa ancora più grave, accelerano il declino cognitivo, riducendo le performance della memoria. Meglio, quindi, una stanza buia e la buona abitudine di staccare la spalla un’ora prima di coricarsi.
Quando il riposo diventa un’ossessione
La privazione del sonno viene definita dagli esperti come una delle epidemie silenziose della modernità; una condizione che mina il sistema immunitario e altera il metabolismo. Tuttavia, la soluzione non risiede nell’ansia da prestazione nemmeno quando si è a letto. Le strategie suggerite dai ricercatori passano attraverso il rispetto dei ritmi circadiani e, nei casi più complessi, dall’aiuto di uno psicoterapeuta per rimuovere eventuali blocchi mentali. Quanto alla melatonina, spesso usata come rimedio fai-da-te, Garattini ne ha ridimensionato l’efficacia: il suo impiego è utile essenzialmente per contrastare il jet-lag, non certo come regolatore quotidiano del riposo. L’alternativa, che è poi l’unica percorribile, è lasciare che il cervello faccia il suo sporco lavoro di pulizia: sette ore, né più né meno, senza scorciatoie chimiche.




