Ink, l'epopea di Murdoch e la nascita del giornalismo che ha cambiato le regole del gioco
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Redazione Cultura e Spettacolo
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Venezia apre i battenti dell'83esima Mostra del Cinema con un film che, a guardarlo bene, è molto più di un semplice racconto sulle dinamiche di una redazione. "Ink", l'ultima fatica di Danny Boyle, si addentra nelle viscere del giornalismo britannico di fine anni Sessanta e inizio Settanta, un periodo storico in cui la carta stampata non era solo un veicolo di informazioni, ma un vero e proprio strumento di potere in grado di plasmare l'opinione pubblica.
La pellicola, presentata in anteprima mondiale al Lido, non si limita a ricostruire gli eventi, ma scava nel profondo del rapporto tra società e informazione, sollevando questioni che, a distanza di cinquant'anni, appaiono inquietantemente attuali.
La rivoluzione del The Sun: tra scoop e strategie di mercato
La sceneggiatura segue le vicende che portarono alla trasformazione del quotidiano The Sun sotto la guida dell'editore Rupert Murdoch e del direttore Larry Lamb, interpretati con intensità da attori che restituiscono tutta l'ambiguità di quei personaggi. L'obiettivo dichiarato era quello di rivoluzionare il mercato editoriale inglese, puntando su un giornalismo popolare, irriverente e spregiudicato, capace di intercettare i desideri e le frustrazioni di un pubblico fino ad allora trascurato dall'élite intellettuale.
La macchina da presa di Boyle si muove con un ritmo serrato tra le scrivanie della redazione e le strade di Londra, mostrando come la caccia allo scoop e il sensazionalismo diventassero le armi vincenti per scalare le classifiche di vendita, spesso a discapito della rigore etico.
Una delle sequenze più emblematiche, che ha suscitato un acceso dibattito tra la critica presente in sala, ritrae proprio il momento in cui si decide di abbandonare le vecchie convenzioni per abbracciare un linguaggio diretto, fatto di titoli ad effetto e fotografie che lasciavano poco spazio all'immaginazione, anticipando di fatto i meccanismi della comunicazione moderna.
Claire Foy e il peso della "pagina femminile"
In questo contesto vorticoso, si inserisce la figura interpretata da Claire Foy, una giornalista di razza che, dopo aver lavorato per il prestigioso Daily Mail, accetta l'incarico di curare la cosiddetta "pagina femminile" sul nuovo Sun. La sua interpretazione dona profondità a un personaggio che non è solo una testimone, ma una coscienza critica all'interno di un sistema che sta cambiando pelle.
In una battuta che funge da vero e proprio manifesto del film, la sua protagonista confessa che, da ragazzina, sfogliando i giornali, non cercava il proprio riflesso in uno specchio, ma piuttosto figure che potessero fungere da ispirazione. Questa riflessione, che riecheggia come un monito, mette in luce la tensione costante tra la funzione educativa dell'informazione e la sua deriva verso un intrattenimento che spesso finisce per banalizzare la realtà.
Il film di Boyle riesce a rendere questa dicotomia con una maestria registica che non cede mai alla tentazione del giudizio morale, limitandosi a mostrare gli ingranaggi di una macchina che, una volta messa in moto, sembra impossibile da fermare.
Un film che divide: il paradosso di raccontare il potere
Proprio in questa oggettività narrativa, tuttavia, risiede il paradosso che rende "Ink" un'opera così difficile da inquadrare con i tradizionali parametri della critica. Da un lato, Boyle confeziona un film tecnicamente perfetto, con una fotografia che restituisce l'atmosfera polverosa delle tipografie e un montaggio che sa essere frenetico quando serve, senza mai perdere di vista il respiro epico della vicenda. La ricostruzione storica è meticolosa e il cast offre prestazioni di altissimo livello, capaci di trasmettere l'ebbrezza e al contempo la brutalità di quegli anni.
Dall'altro lato, però, il trattamento quasi epico riservato alla nascita del fenomeno mediatico rischia di trasformarsi in un'involontaria celebrazione proprio di quel modello di giornalismo che il film vorrebbe criticare. L'abilità di Murdoch nel fiutare il cambiamento e nell'anticipare i gusti del grande pubblico viene raccontata con tale trasporto da far passare in secondo piano le conseguenze più oscure di quella rivoluzione, ovvero la nascita di un'era in cui il confine tra verità e narrazione si è fatto sempre più labile.
L'operazione di Danny Boyle, insomma, è un atto di equilibrio su un filo sottilissimo: riesce a catturare l'energia di un'epoca di transizione, mostrando come il giornalismo abbia smesso di porsi come specchio della società per diventarne un attivo e spregiudicato artefice. La figura del direttore Lamb, che pur di inseguire una notizia è disposto a tutto, diventa così l'archetipo del moderno comunicatore, un personaggio che ha scelto di stare "dalla parte del torto" pur di non rimanere indietro.
"Ink" è un film che parla di potere, di ambizione e di come le storie che leggiamo ogni giorno vengano costruite, spesso, più dai desideri di chi le scrive che dalla realtà dei fatti. E in questo gioco di specchi, lo spettatore esce dalla sala con la sensazione di aver assistito a qualcosa di importante, ma con la consapevolezza che il vero problema, forse, è che un film simile potrebbe piacere fin troppo proprio a quegli stessi magnati dell'informazione che hanno contribuito a scrivere quella storia.
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