Ink, il film di Danny Boyle apre Venezia tra giornalismo, potere e intelligenza artificiale
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Redazione Cultura e Spettacolo
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L’ottantatreesima Mostra del Cinema di Venezia si apre all’insegna di una riflessione profonda e, per certi versi, inquietante sul mestiere di raccontare i fatti. Danny Boyle, regista britannico noto per la sua capacità di mescolare energia visiva e tensione narrativa, porta in Laguna “Ink”, un film che ricostruisce l’ascesa dell’impero mediatico di Rupert Murdoch ma che, come spesso accade nelle opere migliori, parla fin troppo del presente.
La scelta del direttore Alberto Barbera di affidare al cineasta inglese l’apertura della kermesse non è certo casuale, tanto più se si considera che lo stesso Boyle, con il suo “The Millionaire”, era stato inspiegabilmente scartato dalla selezione veneziana nel 2008, per poi trionfare agli Oscar con quella che sarebbe diventata una pellicola cult.
Le cinque W e il mistero del perché
Il film si apre con un dialogo serrato tra Rupert Murdoch e Larry Lamb, due figure destinate a cambiare per sempre il volto dell’informazione britannica. È in quella scena iniziale che Boyle gioca con le celebri cinque W del giornalismo anglosassone – chi, cosa, dove, quando e perché – e lo fa per introdurre subito una crepa, un’incrinatura nel sistema.
Se le prime quattro domande trovano una risposta immediata, l’ultima, il “why”, rimane sospesa, quasi a suggerire che il movente profondo delle azioni umane, specialmente quando si intrecciano potere e ambizione, possa restare perennemente in ombra. È il 1969 e Londra, in quegli anni, è ancora un crocevia di vecchio e nuovo mondo: da una parte il rigore talvolta polveroso della stampa tradizionale, dall’altra l’irruzione di una furia commerciale destinata a travolgere ogni argine.
La nascita del nuovo Sun e l’ambizione di due uomini
Larry Lamb, interpretato da un intenso Jack O’Connell, è un reporter del “Daily Mirror” che brucia dalla voglia di fare carriera, un uomo che sente di poter cambiare le cose se solo gli venisse concessa l’opportunità giusta. La sua strada incrocia quella di Rupert Murdoch, un oscuro uomo d’affari australiano dalla volontà di ferro, portato in scena da un Guy Pearce magnetico e algido, che non ha alcuna intenzione di giocare secondo le regole del vecchio establishment.
Insieme, i due decidono di rilevare “The Sun”, un tabloid sull’orlo del fallimento, e di trasformarlo radicalmente, gettando le fondamenta di un nuovo modo di fare giornalismo fatto di titoli urlati, provocazioni e una spregiudicatezza che all’epoca apparve semplicemente rivoluzionaria. La ricostruzione storica di Boyle è meticolosa, ma è evidente che il suo sguardo non si limita alla cronaca di un’acquisizione societaria: ciò che davvero interessa al regista è il meccanismo, il congegno narrativo e politico che ha permesso a un tabloid di diventare un’arma di condizionamento di massa.
Venezia e l’allarme sull’intelligenza artificiale
Durante la presentazione del film al Lido, Danny Boyle ha voluto sottolineare con forza un tema che, a suo avviso, rappresenta la vera minaccia per il futuro dell’informazione: l’uso esagerato e acritico dell’intelligenza artificiale. Le sue parole, riprese dai cronisti presenti in sala, sono state nette e, per certi versi, allarmate. “La AI è un pericolo per il giornalismo – ha dichiarato il regista – rischiamo di rimanere senza menti indipendenti”.
Una presa di posizione che trasforma la pellicola in qualcosa di più di un semplice dramma storico, proiettandola in una dimensione contemporanea dove gli algoritmi minacciano di sostituire il giudizio umano. Boyle sembra suggerire che i meccanismi di spettacolarizzazione e semplificazione messi in moto da Murdoch mezzo secolo fa trovino oggi un compimento paradossale proprio nella tecnologia, capace di amplificare all’infinito la produzione di contenuti ma anche di svuotarli di qualsiasi profondità critica.
Ambiguità morale e professionalità registica
“Ink” – titolo che gioca ovviamente sul termine “inchiostro” e sul suo doppio significato di scrittura e di marchio indelebile – è un film che non cerca facili consensi. Alberto Barbera, nel presentarlo, lo ha definito un “valore sicuro” per l’apertura, un prodotto di altissima professionalità capace di tenere incollati allo schermo anche gli spettatori meno avvezzi al tema. Eppure, proprio questa perfezione formale finisce per sollevare interrogativi sull’ambiguità morale che attraversa l’intera operazione.
Perché il film, pur mostrando gli aspetti più controversi dell’ascesa di Murdoch, non rinuncia a un certo fascino per la sua energia distruttiva, quasi che il regista ammirasse, suo malgrado, la potenza di chi è riuscito a piegare la realtà al proprio racconto. La ricostruzione d’epoca è curata nei minimi dettagli, le interpretazioni sono solide e la sceneggiatura scorre via senza intoppi, ma resta sullo sfondo una domanda che Boyle non si preoccupa di sciogliere: fino a che punto si può celebrare il genio di un uomo senza esserne, in qualche misura, complici?
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