Venezia 83, Boyle racconta l'ascesa di Murdoch e la nascita del circo mediatico moderno
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Redazione Cultura e Spettacolo
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Si apre con un'immersione nel cuore pulsante e spietato di Fleet Street l'83esima edizione della Mostra Internazionale d'Arte Cinematografica di Venezia, un'esplorazione che dal passato recente getta uno sguardo lucido sul presente. "Ink", il film diretto dal regista britannico Danny Boyle, non è un racconto sui tatuaggi come si potrebbe erroneamente pensare, bensì la cronaca di una rivoluzione silenziosa e rumorosa insieme, quella che negli ultimi mesi del 1969 vide Rupert Murdoch trasformare il giornalismo britannico e, con esso, l'intero panorama dell'informazione mondiale.
Il Lido ha accolto Boyle, lo sceneggiatore James Graham – autore della pièce teatrale da cui il film è tratto – e il cast principale, composto da Guy Pearce nei panni del magnate australiano, Jack O'Connell, che interpreta il direttore Larry Lamb, e Claire Foy, nella parte della giornalista Jules Davies, per celebrare l'inizio di una kermesse che fino al 12 settembre terrà banco con anteprime, passerelle e riconoscimenti illustri come il Leone d'Oro alla carriera conferito a George Clooney.
Fleet Street 1969: l'atto di nascita del populismo mediatico
Il film di Boyle, presentato fuori concorso, non si limita a rievocare le gesta di un editore ambizioso, ma disseziona il momento esatto in cui l'informazione smise di essere un prodotto d'élite per diventare un'arma di conquista di massa. Nel 1969, quando Murdoch acquista il quotidiano The Sun, l'establishment editoriale britannico è saldamente nelle mani del colosso Daily Mirror, un gigante che rappresenta la tradizione, un giornalismo forse popolare ma ancora legato a una certa rispettabilità.
È in questo contesto che il magnate australiano affida a Larry Lamb il compito folle e calcolato di sovvertire le regole, di trasformare un foglio stanco in un fenomeno di costume, puntando tutto su un linguaggio diretto, provocatorio e popolano che avrebbe spazzato via le vecchie gerarchie.
Ciò che Boyle mette in scena, con la sua consueta verve visiva, è il laboratorio in cui si forgiano i meccanismi di consenso che oggi, amplificati dai social network e dalle piattaforme digitali, continuano a determinare l'agenda politica e culturale del nostro tempo, un passaggio epocale che la sceneggiatura di Graham restituisce con dialoghi serrati e senza alcuna indulgenza nostalgic.
Un cast di peso per una storia che è anche la nostra
Sul tappeto rosso veneziano, l'attenzione si è concentrata inevitabilmente sulle interpretazioni di un cast che riesce a rendere umani, quasi tragici, i protagonisti di una vicenda che profuma di cinismo e intuito.
Guy Pearce, lontano anni luce dai ruoli patinati di Hollywood, restituisce un Rupert Murdoch ambiguo, spietato ma anche magnetico, un visionario che capisce prima degli altri dove soffia il vento, mentre Jack O'Connell – ormai maturo attore drammatico – dà corpo e voce a Larry Lamb, l'uomo che si trova a dover gestire la pressione di un editore esigente e la diffidenza di un'intera redazione.
E poi c'è Claire Foy, il cui personaggio Jules Davies rappresenta l'unico sguardo femminile in un mondo redazionale prettamente al maschile, una giornalista che si fa strada tra scrivanie di legno e macchine da scrivere, incarnando quelle piccole, significative crepe nel sistema che ancora faticano a diventare fessure. Il film li mette tutti in scena con la precisione di un cronista e l'energia di un rockstar, restituendo un'affresco che è tanto storico quanto profetico.
Venezia 2026: il cinema che guarda al potere
La scelta di Danny Boyle come apertura di questa 83esima edizione non è quindi casuale: il suo "Ink" parla al presente con la forza di un documentario, costringendo gli spettatori a riflettere su come si costruisce il consenso, su come una notizia diventi virale e su quanto il confine tra informazione e intrattenimento sia ormai definitivamente crollato.
Mentre i riflettori si accendono anche su George Clooney, atteso per ricevere il Leone d'Oro alla carriera in un percorso che abbraccia quasi quarant'anni di cinema, e le star internazionali si preparano a sfidarsi sul red carpet con look da urlo, il film di Boyle ci ricorda che dietro ogni copertina, ogni titolo a caratteri cubitali e ogni algoritmo, c'è una strategia di potere nata nei salotti e nelle redazioni di una Londra ormai lontana ma incredibilmente vicina.
Il festival è ufficialmente iniziato, e lo sguardo è puntato sul grande schermo, ma anche su ciò che quel grande schermo racconta di noi, delle nostre paure e della nostra fame di storie, in un settembre che, come ogni anno, trasforma Venezia nella capitale mondiale del cinema e della sua eterna capacità di interrogarci.
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