Il finto 007 che prometteva assunzioni al governo: arrestato a Roma un truffatore con auto e lampeggianti

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Una messinscena durata mesi, costruita con una cura quasi maniacale dei dettagli – auto di grossa cilindrata con lampeggiante blu, distintivi falsificati e persino un ufficio, o almeno così sosteneva, all’interno di un palazzo istituzionale – è stata interrotta dagli agenti della Digos lo scorso 10 marzo, quando hanno fermato un uomo di 33 anni nei pressi di largo Chigi, a due passi dalla Presidenza del Consiglio. Quell’uomo, Andrea Visentin, questo il nome dell’indagato che ora si trova agli arresti domiciliari con l’accusa di millantato credito e truffa, è riuscito per lungo tempo a spacciarsi per viceprefetto prima e per agente dei servizi segreti poi, promettendo a ignari cittadini un futuro lavorativo nelle istituzioni in cambio di ingenti somme di denaro. Il meccanismo del raggiro era collaudato: dopo aver carpito la fiducia delle vittime, spesso frequentatrici degli stessi bar o dello stesso quartiere, il finto 007 lasciava intendere di poter aprire le porte del ministero dell’Interno o dell’intelligence, naturalmente a fronte di un congruo corrispettivo economico.

La svolta nelle indagini è arrivata quasi per caso, quando una volante della polizia ha notato un’auto di lusso, una Bmw o una Porsche a seconda dei giorni, sosta con lampeggiante attivo in via di Santa Maria in Via, una zona centrale di Roma. A bordo, oltre al 33enne, c’erano tre giovani che lui presentava come la sua scorta personale; tutti e tre, è emerso successivamente, sarebbero a loro volta vittime del truffatore, convinti di essere stati assunti come collaboratori dei servizi segreti e per questo gli avevano versato decine di migliaia di euro. La perquisizione veicolare ha permesso di sequestrare un arsenale di oggetti scenici: una pistola scacciacani, tre radio ricetrasmittenti, una paletta, un distintivo della polizia risultato rubato e, dettaglio fondamentale per la costruzione della falsa identità, una stampante artigianale utilizzata per realizzare i badge istituzionali contraffatti.

L’accesso ai palazzi del potere e il racconto delle vittime

Il nodo centrale che la procura e la Digos stanno ora cercando di sciogliere riguarda la reale capacità del 33enne di infiltrarsi nelle sedi governative. Una delle vittime, un giovane che viveva nello stesso stabile di Visentin, ha fornito dettagli sconcertanti agli inquirenti, assistito dall’avvocato Massimo Lauro. Il ragazzo ha raccontato di aver consegnato al finto agente circa cinquantamila euro, soldi che includevano anche i risparmi dei genitori, tutti convinti che quella somma fosse necessaria per ungere i superiori dell’uomo e garantire un posto fisso alla Presidenza del Consiglio. Per un mese e mezzo, ha spiegato il testimone, ha effettivamente accompagnato Visentin in giro per la città, facendo da autista o da uomo di scorta: insieme sono entrati alla Corte di Cassazione e, in un’occasione, il giovane è stato ricevuto in un ufficio a largo Chigi 19, lo stabile che ospita i ministri senza portafoglio, dove il 33enne si faceva chiamare viceprefetto del Dipartimento delle informazioni per la sicurezza. Lì, ha riferito, c’era persino una segretaria ad accoglierli.

A gettare ulteriore luce sulla vicenda è stata l’audizione del responsabile dell’Ufficio Passi di largo Chigi 19, sentito nei giorni scorsi dagli agenti. Il funzionario ha dichiarato di aver visto Visentin frequentare il palazzo tra la fine del 2022 e l’inizio del 2023, sempre munito di un badge che gli permetteva di oltrepassare i tornelli. In quel periodo, il 33enne diceva di lavorare con un ministro, e il responsabile dell’ufficio, vedendolo all’interno, non aveva motivo di dubitare della sua autorizzazione. La frequentazione era ripresa successivamente, quando l’indagato si presentava dopo l’orario d’ufficio, intrattenendosi con il personale e partecipando persino a una festa di pensionamento lo scorso febbraio. Arrivava parcheggiando la sua auto nei posti riservati alla Presidenza, una circostanza che faceva supporre, a chi lo incrociava, che fosse a tutti gli effetti un uomo delle istituzioni.

Il profilo dell’indagato e i complici inconsapevoli

Andrea Visentin, che in passato era già finito nei guai per essersi spacciato per carabiniere, ha ora deciso di avvalersi della facoltà di non rispondere davanti al giudice per le indagini preliminari, ma il suo legale, l’avvocato Luca Guerra, ha fatto sapere che l’indagato intende chiarire la sua posizione nei prossimi giorni, chiedendo di essere sentito con calma dal pubblico ministero per ripercorrere tutti i rapporti avuti con le amministrazioni statali. Nel frattempo, i tre giovani che erano con lui al momento dell’arresto, tutti poco più che ventenni, sono stati denunciati a piede libero per possesso di documenti falsi e, nel caso del caposcorta, per ricettazione, visto che la placca della polizia che esibiva era stata rubata. Anche loro, però, si professano truffati: hanno raccontato di aver pagato circa centocinquantamila euro in totale, una somma che avrebbe dovuto garantire loro un futuro da funzionari statali e che invece è finita nelle tasche del sedicente agente segreto.

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