Italia, il rebus ct dopo le dimissioni di Gattuso: da Conte a Mancini, passando per Allegri e Inzaghi
Articolo Precedente
Articolo Successivo
Redazione Sport
-
La mancata qualificazione ai Mondiali, quella che arriva a dodici anni dall’ultima partecipazione e che porta il segno indelebile della sconfitta ai rigori a Zenica contro la Bosnia, ha innescato un terremoto destinato a ridefinire l’assetto della Nazionale italiana per i prossimi due anni. La disfatta, va detto, non è stata un fulmine a ciel sereno, bensì la goccia – amara e definitiva – che ha fatto traboccare un vaso già colmo di insuccessi strutturali, riforme mai attuate e un progressivo declino atletico e spettacolare che ormai allontana il nostro campionato da Spagna, Germania e Francia. In questo quadro di profonda crisi, la federcalcio si ritrova improvvisamente senza guida tecnica: dopo le dimissioni di Gravina e Buffon, è arrivata ieri la conferma ufficiale della risoluzione consensuale del contratto di Gattuso, ex allenatore di Milan, Valencia e Marsiglia. Così, mentre la squadra si prepara a due mesi di vuoto, il tema è uno solo: chi siederà sulla panchina azzurra?
Servono un big e un traghettatore: i due mesi persi tra Lussemburgo e Grecia
Il calendario, però, non aspetta. Dalla metà di marzo, quando a Zenica è maturata l’eliminazione, fino alla doppia amichevole di inizio giugno contro Lussemburgo e Grecia, intercorrono due mesi che Gravina e i suoi collaboratori sanno già di dover sacrificare. In panchina, in quelle due gare – che pure potrebbero finire 10-0 – siederà infatti un traghettatore, un commissario tecnico ad interim, una soluzione tampone che richiama alla mente il triste novembre 2022, quando l’Italia giocò contro Albania e Austria mentre le altre grandi si preparavano al Mondiale in Qatar. Il vero ct, quello chiamato a risollevare le sorti di una nazionale che non vince una Champions dal 2010 e dipende in modo quasi esclusivo dai diritti televisivi, arriverà soltanto a fine giugno. E a quel punto, promettono dalla Federcalcio, dovrà essere un nome forte: non un riempitivo, ma uno che le situazioni drammatiche le ha già viste e risolte.
Da Conte e Mancini a Inzaghi: il casting dei grandi ex e delle nuove idee
Il casting, dunque, è ufficialmente aperto. Tra i nomi caldi spiccano quelli di Roberto Mancini e Antonio Conte, entrambi già seduti sulla panchina azzurra in passato, entrambi intrigati dall’idea di un ritorno. Le loro situazioni contrattuali, però, divergono: Mancini potrebbe liberarsi dall’Al Sadd, il club del Qatar per cui lavora attualmente, con relativa facilità; Conte, invece, è legato al Napoli anche per la prossima stagione, e una sua eventuale partenza richiederebbe una trattativa complessa con il presidente De Laurentiis. Non solo loro, però. Nelle stanze del potere si fanno anche i nomi di Massimiliano Allegri – altro tecnico abituato a gestire pressioni enormi – e di Simone Inzaghi, il cui lavoro alla Lazio non è passato inosservato. E poi c’è un sogno, quello destinato a rimanere a lungo nel cassetto: Pep Guardiola, che pure continua a essere accostato alla panchina italiana ogni qualvolta questa si libera. Sullo sfondo, ma solo sullo sfondo, resta l’ipotesi Baldini: l’ex dirigente romanista sarebbe pronto a guidare la selezione proprio nelle due amichevoli di giugno, con il compito esplicito di testare i giovani in attesa dell’arrivo del big.
L’ora più drammatica del calcio italiano: il valore perduto e la dipendenza dai diritti tv
Se qualcuno non l’avesse ancora compreso, questa è l’ora più drammatica per il calcio italiano. Non ci si qualifica per i Mondiali dal 2014, un dato che fa male quanto l’assenza di una vittoria in Champions League dal 2010. Il campionato è stato superato in valore da quello spagnolo, tedesco e francese; dipende in modo strutturale dai diritti televisivi, strapaga gli agenti e, sul piano atletico – che è il dato più inspiegabile di tutti – è lontano anni luce dalle migliori leghe europee. In questo deserto di risultati, la scelta del prossimo ct non può essere affidata a un nome qualsiasi. Deve essere una scelta politica, tecnica e simbolica: uno che risolve le situazioni, che sa cosa fare nei momenti più drammatici. Perché, a differenza di quanto si pensi, non si tratta solo di tornare a vincere. Si tratta, prima ancora, di ricostruire un senso dell’azzurro che si è smarrito lungo la strada.




