Busta paga, le novità nel cedolino di marzo: aumenti tra i 190 e gli 850 euro, ma non per tutti
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Redazione Economia
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Il cedolino di marzo si appresta a diventare il banco di prova per una delle misure più rilevanti inserite nell'ultima legge di Bilancio, quella approvata per il 2026, che introduce un’imposta sostitutiva del 5% sugli aumenti retributivi derivanti dai rinnovi contrattuali. Gli esperti della Fondazione Studi dei consulenti del lavoro, dopo i chiarimenti forniti dall’Agenzia delle Entrate con una circolare di fine febbraio, hanno messo a punto delle simulazioni per quantificare l’impatto di questa agevolazione, e i numeri, come spesso accade in queste situazioni, raccontano una storia fatta di cifre e percentuali, delineando un risparmio che oscilla tra i 190 e gli 850 euro netti annui per i lavoratori interessati.
L’ambito di applicazione della norma, lo ricordiamo, è circoscritto ai dipendenti del settore privato che nel periodo d’imposta 2025 abbiano conseguito un reddito non superiore a 33mila euro; per loro, la quota di stipendio legata ai rinnovi dei contratti nazionali, quelli sottoscritti tra il 2024 e il 2026, non verrà tassata con le ordinarie aliquote Irpef, che arrivano fino al 43%, ma con questa aliquota privilegiata, e il meccanismo, salva una esplicita rinuncia scritta da parte del lavoratore, opera in automatico in busta paga.
Il dettaglio delle simulazioni: dal commercio ai metalmeccanici
La forbice, piuttosto ampia, che va da un minimo di 190 a un massimo di 850 euro, è stata riempita di contenuto concreto dai consulenti del lavoro, i quali hanno preso in esame tre specifici contratti collettivi rinnovati di recente. Dall’analisi emerge con chiarezza come il beneficio non sia omogeneo, ma vari sensibilmente in base al settore e al livello di inquadramento. I più avvantaggiati, stando alle proiezioni, sarebbero i dipendenti del terziario, del settore del commercio per la precisione: per un lavoratore di secondo livello, con una retribuzione annua lorda di 31.400 euro, l’aumento contrattuale previsto dal rinnovo del 2024 ammonta a 2.698 euro, e applicando su questa somma la tassa piatta del 5% invece della progressività Irpef si traduce in un vantaggio netto che tocca quota 851 euro l'anno.
Scalando le graduatorie, si trovano poi gli addetti delle telecomunicazioni, il cui contratto è stato rinnovato alla fine del 2025: per un livello 6 con una Ral di 30.248 euro, l’incremento corrisposto nel 2026 è di 1.709 euro, e lo sconto fiscale che ne deriva si attesta su poco più di 500 euro. In coda a questa classifica ideale ci sono i metalmeccanici, dove i risparmi si riducono ulteriormente: per un livello B1, con una Ral di 30.529 euro e un aumento annuo di 841 euro, il beneficio è di 250 euro, mentre per un livello D1, con un reddito più basso (22.989 euro) e un aumento conseguentemente minore (634 euro), il risparmio scende a 188 euro.
L’altra faccia della medaglia: la tassazione agevolata sugli accessori
Oltre a questo intervento, la manovra ne contiene un altro, destinato a riflettersi sempre sui cedolini di marzo, e riguarda i cosiddetti trattamenti accessori. Per tutto il 2026, infatti, le maggiorazioni e le indennità corrisposte per il lavoro notturno, per quello svolto nei giorni festivi, durante i riposi settimanali o per il lavoro a turni, saranno assoggettate a un’imposta sostitutiva del 15%, entro un tetto massimo di 1.500 euro annui, e anche in questo caso il beneficio è riservato ai lavoratori con un reddito 2025 non superiore a 40mila euro.
Anche per questa misura la Fondazione Studi ha elaborato delle stime, prendendo a riferimento somme potenziali di 1.000 e 1.500 euro. Ipotizzando di raggiungere il limite massimo dei 1.500 euro di accessori agevolabili, il risparmio d’imposta varierebbe da un minimo di poco meno di 80 euro per chi ha un reddito annuo lordo di 12mila euro, fino a un massimo di 690 euro per chi si colloca appena sotto la soglia dei 40mila euro. Se invece si considera un ammontare di 1.000 euro di accessori, il vantaggio scende dai 52 euro per i redditi più bassi fino ai 417 euro per quelli prossimi al tetto, un meccanismo, questo, che lega indissolubilmente l’entità del beneficio non solo alla quantità di lavoro straordinario o disagiato svolto, ma anche al livello di reddito complessivo del dipendente.
Il nodo delle detrazioni e la facoltà di rinuncia
Tuttavia, l’applicazione pratica di queste agevolazioni non è scevra da complessità tecniche, e in alcuni casi potrebbe riservare delle sorprese. L’imposta sostitutiva, come chiarito dagli stessi esperti, si applica su una quota di reddito che viene di fatto isolata dal reddito complessivo, e questo comporta che su tale quota non maturano le detrazioni per lavoro dipendente, le quali, come noto, sono tanto più alte quanto più il reddito è basso. Ne consegue un paradosso: per i lavoratori con redditi molto bassi, le cui detrazioni sono così elevate da azzerare di fatto l’Irpef sull’aumento contrattuale, l’applicazione dell’imposta sostitutiva al 5% potrebbe tradursi in un piccolo esborso che altrimenti non ci sarebbe, vanificando di fatto il beneficio atteso.
Per ovviare a questa possibile stortura, il legislatore ha previsto una valvola di sfogo, concedendo al lavoratore la facoltà di rinunciare per iscritto all’applicazione dell’imposta sostitutiva, tornando così al regime di tassazione ordinaria. Una scelta, quella di esercitare questa opzione, che richiede una valutazione attenta e ponderata, una verifica caso per caso che i consulenti del lavoro e i professionisti paghe dovranno suggerire ai propri assistiti, per evitare che una misura nata per aumentare il netto in busta paga finisca, seppur involontariamente, per produrre l’effetto opposto, o comunque un risultato non allineato alle aspettative.




