In Italia mancano 65 mila infermieri, ma cresce il numero di quelli stranieri
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Redazione Salute
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Il sistema sanitario italiano continua a scontare una carenza strutturale di infermieri, stimata in almeno 65 mila unità, un dato che colloca il Paese ben al di sotto della media Ocse per numero di professionisti ogni mille abitanti. Sebbene il deficit sia evidente, dal 2020 si registra un incremento del 47% degli infermieri di origine straniera, che oggi rappresentano 43.600 dei circa 400 mila attivi in Italia. Una crescita che, tuttavia, non basta a colmare le lacune di un settore in cui permangono criticità come stipendi bassi, turni estenuanti e un’età media sempre più avanzata.
“Più che di carenza, parlerei di questione infermieristica, perché coinvolge più livelli e più istituzioni”, ha sottolineato Barbara Mangiacavalli, presidente della Federazione nazionale Ordini delle professioni infermieristiche (Fnopi), durante la presentazione del primo rapporto sul tema, in occasione della Giornata internazionale dell’infermiere. Secondo Mangiacavalli, è fondamentale “aiutare i 25 mila giovani che ogni anno scelgono il corso di laurea a comprendere la vera essenza di questa professione”, spesso oscurata da condizioni di lavoro difficili.
Gli infermieri italiani, pur essendo apprezzati dai cittadini e sempre più qualificati – molti sono ormai laureati – denunciano retribuzioni inadeguate, soprattutto al Sud. In Calabria, ad esempio, gli stipendi sono tra i più bassi d’Europa, mentre in regioni come Sicilia e Lombardia la carenza di personale raggiunge livelli critici, con reparti spesso al limite della sostenibilità. A ciò si aggiunge il fenomeno delle aggressioni, che rende il lavoro ancora più complesso, specie in contesti ad alta pressione come i pronto soccorso.




