L’economia italiana già in recessione tecnica per la guerra in Iran, consumi in tilt e export a rischio

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Redazione Economia Redazione Economia   -   La ripresa economica dell’area fiorentina, quel timidissimo segno più registrato negli ultimi due trimestri del 2025, è stata spazzata via in nove giorni. L’offensiva militare lanciata dagli Stati Uniti di Donald Trump – tornato alla Casa Bianca – e da Israele contro l’Iran ha prodotto un effetto immediato e devastante sulle previsioni di crescita: il primo trimestre del 2026, secondo le stime in tempo reale della Camera di commercio di Firenze, si chiuderà con un arretramento dell’1,5%. È un dato che fotografa senza filtri la fragilità di un sistema, quello italiano, inchiodato a consumi fermi e a un export che mostra vistosi segni di frenata. Il report presentato durante l’incontro de "I colloqui dell’economia" con Ferruccio de Bortoli non lascia spazio a interpretazioni: l’impennata dei prezzi energetici, innescata dalle operazioni belliche nello stretto di Hormuz, ha già azzerato qualsiasi marginale guadagno precedente, gettando le imprese in una fase di stagnazione che rischia di riverberarsi sull'intero prodotto interno lordo.

Il blocco delle rotte e l’effetto domino sulle merci

Il nodo cruciale, per un paese manifatturiero come l’Italia, resta la dipendenza dalle rotte commerciali che attraversano il Golfo. Dal 28 febbraio, data dell’attacco congiunto all’Iran, la situazione logistica si è fatta critica: le ripercussioni si misurano con le navi ferme davanti ai porti di Dubai, Doha e Jubail, in attesa di poter scaricare merci o di ricevere l’autorizzazione a transitare. Il problema, però, non è solo il fermo tecnico. La difficoltà di agibilità dello stretto – un passaggio obbligato per un quinto del petrolio e del gas naturale liquefatto mondiale, specialmente quello qatariota – sta facendo lievitare i costi assicurativi in maniera esponenziale, con polizze decuplicate per i mercantili che osano avvicinarsi all’area. Questi rincari, come spiega Confindustria Toscana Nord, si scaricano immediatamente sui noli e, a cascata, sul prezzo finale delle materie prime e dei prodotti finiti, mettendo sotto pressione un sistema di piccole e medie imprese che già fatica a mantenere le posizioni acquisite sui mercati internazionali.

L’allarme degli artigiani e il caro-carburanti

L’aumento dei costi, peraltro, non si ferma ai soli noli marittimi. Sul territorio, la preoccupazione si materializza nella quotidianità delle imprese artigiane, un pilastro dell’economia toscana. La presidente di Cna Lucca, Sabrina Mattei, ha lanciato un grido d’allarme inequivocabile: l’instabilità globale si traduce, per le oltre diecimila realtà artigiane della provincia, in un’impennata dei prezzi alla pompa che non accenna a fermarsi. Negli ultimi giorni la benzina è aumentata di circa nove centesimi al litro, ma il dato più allarmante riguarda il gasolio, schizzato di quasi venti centesimi. Per le imprese di autotrasporto, per i piccoli manifatturieri e per chi opera nei servizi, ogni rincaro si traduce in un costo immediato che erode i margini e mette a rischio la stabilità operativa, in un contesto in cui le forniture di gas, pur non essendo immediatamente a rischio per il mese di marzo, mostrano un prezzo quasi raddoppiato sui mercati, con il metano che ha toccato punte di 60 euro a megawattora.

Le stime della Cgia e i settori più esposti

Se la Toscana rappresenta un termometro sensibile della crisi, il quadro nazionale non è meno preoccupante. L’Ufficio studi della Cgia di Mestre ha quantificato in quasi dieci miliardi di euro la maggiore spesa che le imprese italiane potrebbero dover affrontare nel corso del 2026 a causa dell’escalation. Una stima, questa, che si basa sull’impennata dei prezzi di gas ed energia elettrica registrata nei primi giorni di marzo. I settori più a rischio, spiega l’associazione, sono quelli definiti "gasivori", come l’estrattivo, la lavorazione alimentare, il tessile, l’abbigliamento e la costruzione di imbarcazioni. A livello distrettuale, le aree che potrebbero subire i contraccolpi più violenti sono quelle storicamente vocate all’export e ad alto consumo energetico: si va dalle piastrelle di Sassuolo ai metalli di Brescia e Lumezzane, passando per il tessile comasco, il siderurgico di Taranto e, naturalmente, il cartario di Lucca. Per questi territori, l’aumento previsto per luce e gas nel 2026 potrebbe attestarsi attorno al 13,6% rispetto all’anno precedente, un’ulteriore mazzata per filiere già provate dalle tensioni internazionali precedenti.

La reazione del governo e lo spettro dell’inflazione

Di fronte a questo scenario, il governo italiano ha cominciato a muoversi per tamponare l’emergenza. Il ministro degli Esteri, Antonio Tajani, ha incontrato le associazioni di categoria per fare il punto sulle conseguenze economiche del conflitto, assicurando che l’esecutivo è al lavoro per proteggere il tessuto produttivo e il potere d’acquisto delle famiglie. Tajani ha sottolineato come l’obiettivo primario sia evitare blocchi prolungati che avrebbero effetti devastanti sui prezzi, non solo dell’energia ma anche delle materie prime agricole come il grano, con il rischio concreto che l’aumento del costo del pane possa generare nuove tensioni sociali. Parallelamente, il ministro dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica, Gilberto Pichetto, sta valutando l’impatto dell’aumento del 25% sul mercato del gas e non esclude, in uno scenario di crisi prolungata, la riattivazione di alcune centrali a carbone. Intanto, sui mercati finanziari, l’effetto è duplice: se da un lato il listino milanese ha visto il tracollo di molti titoli, dall’altro hanno brillato i comparti legati alla difesa, come Leonardo e Fincantieri, e il prezzo del petrolio Brent e dell’oro hanno ripreso a correre, sintomo di una fuga degli investitori verso beni rifugio in un clima di incertezza totale.

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