Ferretti, la sfida per il cda si fa scontro di sistema. Kkcg chiama in causa il governo sul golden power
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Redazione Economia
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È una vigilia che sa di resa dei conti, quella che precede l’assemblea degli azionisti di Ferretti group, il colosso della nautica di lusso atteso oggi al bivio decisivo per il proprio governo. E se il duello – a colpi di deleghe e percentuali serrate – vede contrapposti da un lato il colosso cinese Weichai, forte del 39,5% delle quote, e dall’altro il gruppo ceco Kkcg Maritime, che dopo un’opa parziale conclusasi a metà aprile può contare su un pacchetto del 23,2% incrementabile fino al 28,2% grazie all’appoggio del kuwaitiano Bader Al-Kharafi, la posta in gioco va ben oltre la semplice nomina di un nuovo consiglio di amministrazione. Siamo, piuttosto, di fronte a un bivio che mette a nudo la fragilità della sovranità industriale nazionale quando questa si scontra con gli equilibri della finanza globale, e la tensione è aumentata vertiginosamente dopo che i cechi hanno formalmente evocato lo spettro del golden power, scrivendo alla premier Giorgia Meloni e ai ministri Adolfo Urso e Guido Crosetto per chiedere l’intervento dello Stato.
La vigilia e il rastrellamento silenzioso che cambia gli equilibri
A complicare il quadro, già di per sé infuocato per la contrapposizione tra l’attuale amministratore delegato Alberto Galassi (sostenuto dalla lista ceca) e il candidato sfidante Stassi Anastassov (voluto da Weichai), ci hanno pensato alcune mosse a sorpresa emerse proprio alla vigilia del voto. Secondo quanto riportato da indiscrezioni e confermato da analisi di mercato, Bank of China avrebbe messo a segno un acquisto strategico pari all’1,989% del capitale, mentre la svizzera AdTech Advanced Technologies – società che, guarda caso, è stata fondata da un ex consigliere di Weichai Power – è salita a sua volta fino al 2,8%. Sommando queste nuove posizioni a quella del 39,5% già in mano ai cinesi, i timori del fronte opposto sono presto tradotti in numeri: il blocco riconducibile a Pechino potrebbe raggiungere – o addirittura superare – la soglia critica del 48%.
È proprio questo aggregato informale, che secondo Kkcg configurerebbe un’ipotesi di “controllo di fatto” occulto, a far scattare l’allarme. Nella missiva inviata a palazzo Chigi e ai dicasteri competenti, i legali del magnate ceco Karel Komárek hanno sollevato due questioni di non poco conto, entrambe radicate nella normativa sui poteri speciali del governo. La prima riguarda l’obbligo – mai assolto, a loro dire – da parte di Weichai di notificare la propria partecipazione di maggioranza in un’azienda ritenuta strategica per la difesa nazionale, visto che Ferretti, attraverso la sua divisione sicurezza, fornisce motovedette a Carabinieri e Marina Militare. La seconda, invece, contesta la legittimità delle operazioni di questi giorni: se i recenti ingressi di Bank of China e AdTech sono davvero allineati con gli interessi di Weichai, allora i diritti di voto esercitati in assemblea dovrebbero essere sospesi, rendendo di fatto nulla qualsiasi delibera.
L’assemblea, il fattore Galassi e la resa dei conti sul management
Nel merito, però, la sfida di oggi si gioca anche – e forse soprattutto – su un piano industriale e gestionale, l’unico che gli advisor indipendenti sembrano voler considerare per orientare i piccoli azionisti. Da una parte, la lista sostenuta da Komárek punta tutto sulla continuità, proponendo la riconferma di Alberto Galassi come amministratore delegato e affiancandogli nomi pesanti come quello di Piero Ferrari e Stefano Domenicali (attuale numero uno della Formula 1) nel board. Dall’altra, la maggioranza cinese ha risposto candido alla presidenza Tan Ning, indicando in Stassi Anastassov – ex manager delle pile Duracell oggi alla guida di un’azienda cinese di elettrodomestici – il profilo giusto per imprimere quella svolta che, a suo dire, serve al gruppo per crescere nei mercati del Nord America e dell’Asia-Pacifico, aree in cui l’attuale gestione avrebbe raccolto meno del previsto.
Nonostante i proxy advisor come Iss e Glass Lewis abbiano raccomandato agli azionisti di sostenere la lista di Kkcg, definendola “l’opzione migliore per garantire continuità strategica”, il regolamento non lascia spazio a interpretazioni sentimentali: chi avrà un’azione in più (o meglio, un voto in più, trattandosi di voto proporzionato al pacchetto) nominerà tutti i consiglieri tranne uno, in una sorta di “winner takes all” che annulla qualsiasi possibilità di compromesso. È per questo che l’ombra delle carte bollate si allunga sulla riunione odierna, e non è da escludere che, a prescindere dal verdetto delle urne telematiche, la battaglia si sposti nei prossimi mesi nelle aule dei tribunali o, più probabilmente, nei palazzi del potere politico, dove il governo è chiamato a decidere se esercitare o meno quei poteri speciali che Kkcg ha già evocato come estrema difesa dell’italianità dell’eccellenza.




