Colombia, il ballottaggio è tra “El Tigre” e il delfino di Petro: paese diviso e accuse di brogli

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   La sorpresa, in fondo, era nell’aria sebbene i sondaggi della vigilia non l’avessero minimamente captata: domenica 31 maggio, al primo turno delle elezioni presidenziali, il candidato di estrema destra Abelardo de la Espriella – che tutti ormai chiamano “El Tigre” – ha ottenuto il 43,7% dei voti, un risultato che lo pone in netto vantaggio (seppur senza la maggioranza assoluta) sull’erede politico del presidente uscente Gustavo Petro, il senatore di sinistra Iván Cepeda, fermo al 40,9%.

L’avvocato penalista quarantasettenne, che non ha mai ricoperto cariche pubbliche e che alla politica si è avvicinato con la retorica furiosa dell’outsider, si giocherà quindi la presidenza al ballottaggio del prossimo 21 giugno, forte di un consenso che ha spiazzato persino gli osservatori più attenti. Il dato, per certi versi storico, certifica la profonda frattura che attraversa il paese andino, dove la gestione dei gruppi armati e le ricette securitarie hanno finito per prevalere sul racconto della continuità progressista.

Lo scontro tra due visioni opposte per la sicurezza

Il programma di “El Tigre”, che durante la campagna non ha mai nascosto la sua ammirazione per Donald Trump (rieletto ormai da oltre un anno alla Casa Bianca) e per il presidente salvadoregno Nayib Bukele, si fonda su un’idea precisa di “mano dura”.

Promette, infatti, di liberalizzare il porto d’armi per i cittadini onesti, di costruire dieci megacarceri immerse nella giungla (dove i detenuti, a suo dire, vivranno a “pane e acqua”) e di avviare una offensiva aerea senza precedenti contro i narcotrafficanti, magari con l’appoggio degli Stati Uniti e di Israele.

Dall’altra parte, Cepeda – che da senatore è stato uno degli artefici della strategia della “pace totale” voluta da Petro – rilancia invece sulla necessità di continuare a negoziare con le guerrillas, completando il lavoro fatto con le Farc e allargando il dialogo all’Eln, senza però rinunciare a una riforma agraria che dia terra alle vittime del conflitto. La distanza tra i due, come si vede, è abissale: mentre il primo punta a una militarizzazione totale del territorio, il secondo confida nella possibilità di disinnescare le violenze attraverso i benefici sociali.

Un paese geograficamente spaccato in due blocchi

A fotografare questa polarizzazione ci pensano i numeri, che raccontano di una Colombia divisa in due blocchi territoriali ben precisi. Nei dipartimenti centrali, come l’Antioquia e Santander, il consenso per l’outsider di destra ha toccato punte superiori al 54%. Al contrario, nella periferia e lungo la costa caraibica, oltre che nel Pacifico, la sinistra ha tenuto saldamente le sue posizioni: nel Valle del Cauca, ad esempio, Cepeda ha ottenuto il 53% delle preferenze, così come ad Atlántico.

La Capitale, Bogotà, rappresenta l’eccezione che conferma la regola: qui il candidato della continuità ha voto sì, ma con un margine molto più risicato (41,6% contro il 37,6% di de la Espriella), segno che la metropoli è meno impermeabile al fascino del “cambio radicale” rispetto alle campagne.

La svolta dell’uribismo e le polemiche sul conteggio

La partita, tuttavia, è destinata a essere ridefinita dall’endorsement (pesantissimo) di Paloma Valencia, la candidata del Centro Democratico dell’ex presidente Álvaro Uribe, ferma al terzo posto con un magro 6,9%.

Il suo appello al voto per de la Espriella, subito seguito dal mea culpa dello stesso Uribe sui social network, getta una luce nuova sul ballottaggio: la destra tradizionale, quella uribista, si sta compattando intorno alla figura disruptive di “El Tigre”, cedendogli di fatto il testimone della lotta senza quartiere contro il “castrismo” (così loro definiscono Petro).

Sul fronte opposto, invece, regna la tensione: il presidente uscente e lo stesso Cepeda hanno infatti rifiutato di validare i risultati preliminari, parlando a voce alta di “schemi di voto atipici” e chiedendo un riconteggio integrale delle schede.

L’accusa, per ora priva di prove fornite ai media, riguarda la presunta aggiunta di centinaia di migliaia di voti in alcune regioni chiave, un sospetto che de la Espriella ha respinto al mittente con altrettanta durezza, invocando l’intervento delle forze armate qualora l’esecutivo tentasse di “disconoscere la volontà popolare”.

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