Giancarlo Devasini è l’uomo più ricco d’Italia secondo Forbes, sorpasso su Ferrero grazie a Tether
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Redazione Economia
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La nuova classifica dei miliardari stilata da Forbes, pubblicata in queste ore, riscrive la gerarchia della ricchezza in Italia e lo fa con un verdetto che sposta l’asse del patrimonio dai settori tradizionali, come l’industria dolciaria, a quelli della finanza digitale. Al vertice della graduatoria tricolore, infatti, troviamo ora Giancarlo Devasini, torinese, sessantadue anni, alla guida di Tether, la società che emette l’omonima stablecoin, ossia una criptovaluta ancorata al valore del dollaro, destinata a ridurre la volatilità tipica di altri asset digitali come il Bitcoin. Il suo patrimonio, secondo le stime della rivista americana, raggiunge quota 89,3 miliardi di dollari, una cifra che gli vale anche il ventiduesimo posto nella classifica mondiale, dove Elon Musk domina incontrastato con i suoi 839 miliardi, e che lo colloca davanti a figure storiche del capitalismo nazionale come Giovanni Ferrero, sceso al secondo posto tra gli italiani con 48,8 miliardi.
Devasini, che ha un passato da chirurgo estetico dopo la laurea alla Statale di Milano per poi abbandonare la medicina e dedicarsi all’informatica e alla distribuzione di componenti elettronici, ha costruito quella che oggi è considerata la più grande stablecoin al mondo insieme a Paolo Ardoino, altro nome finito nell’orbita Forbes e oggi quarto nella classifica italiana con 38 miliardi di dollari. L’ascesa di Devasini, in particolare, è stata letteralmente fulminea se si considera che nelle rilevazioni dello scorso dicembre il suo patrimonio era stimato attorno ai 22 miliardi, un balzo in avanti che non deriva da scoperte minerarie o da improvvise plusvalenze industriali, ma dalla valutazione che il mercato secondario attribuisce oggi a Tether. Fonti del settore, citate dalla stessa Forbes nelle scorse settimane, indicano per la società con sede a Lugano, dove Devasini risiede lontano dai riflettori, un valore compreso tra i 350 e i 375 miliardi di dollari, una stima che moltiplicherebbe ulteriormente le quote in mano al manager e lo proietterebbe tra i primi dieci uomini più facoltosi del pianeta, ben oltre la soglia di Warren Buffett.
Il boom delle criptovalute e la scalata di Tether
L’ascesa di Devasini, che oggi ricopre il ruolo di presidente e direttore finanziario di Tether, è il sintomo più evidente di come il settore delle criptovalute abbia assunto un peso specifico determinante nell’economia globale, arrivando a generare fortune paragonabili, se non superiori, a quelle accumulatesi in decenni di attività manifatturiera. La sua azienda, che secondo i dati diffusi da Forbes avrebbe generato circa dieci miliardi di dollari di profitti non certificati nell’ultimo anno, detiene un portafoglio diversificato che comprende titoli di stato americani per oltre l’ottanta per cento delle riserve, quote rilevanti in oro, per circa 23 miliardi, e in Bitcoin, per 6,4 miliardi, oltre a un ventaglio di partecipazioni in più di centoventi società tecnologiche. Non solo, perché Tether si sta espandendo anche in settori apparentemente lontani dalle criptovalute, come l’intelligenza artificiale, l’energia e l’istruzione, segno di una strategia che mira a consolidare un ecosistema finanziario autonomo.
Dietro la sua scalata, e quella di Ardoino che lo segue a breve distanza, c’è anche una storia imprenditoriale fatta di intuizioni e di scelte controcorrente, visto che Devasini, dopo i primi anni nel commercio di componenti per computer e un’esperienza nella consegna di cibo a domicilio con un blog dedicato al biologico, ha saputo intercettare la domanda di stabilità in un mercato, quello crypto, tradizionalmente turbolento. La sua holding personale, che si ritiene detenga tra il 44 e il 45 per cento di Tether, è il veicolo che gli consente di sedere tra i grandi della finanza mondiale e di essere, tra l’altro, azionista di società italiane come la Juventus, a dimostrazione di un ritorno di capitali anche nel tessuto produttivo nazionale.
I nuovi equilibri della ricchezza italiana e globale
L’ingresso di Devasini al vertice della classifica italiana ridisegna la mappa dei paperoni tricolori, lasciando intravedere un ricambio generazionale e settoriale che non ha precedenti nella storia economica recente. Dietro di lui e Ferrero, che pure mantiene salda la posizione con il colosso dolciario, si piazza Andrea Pignataro, fondatore del gruppo ION specializzato in software per la finanza, con un patrimonio di 42,6 miliardi di dollari che lo colloca al quarantaseiesimo posto mondiale, e subito dopo Ardoino, appunto, con i suoi 38 miliardi. In tutto, gli italiani presenti nella classifica di Forbes sono ottantasei, quattro dei quali nella top cento globale, un segnale che il Paese continua a esprimere energie imprenditoriali capaci di competere sui mercati internazionali, seppur in settori molto diversi tra loro.
Guardando al panorama mondiale, la classifica conferma il predominio statunitense con otto posizioni su dieci occupate da americani, a partire dal duo dei fondatori di Google, Larry Page e Sergey Brin, rispettivamente secondo e terzo con patrimoni da 257 e 237 miliardi, seguiti da Jeff Bezos con 224 miliardi e Mark Zuckerberg con 222 miliardi. Il primo europeo, il francese Bernard Arnault del lusso Lvmh, scivola al settimo posto con 171 miliardi, mentre il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, figura al seicentoquarantacinquesimo posto con 6,5 miliardi di dollari, un patrimonio che pure ha visto un incremento del ventisette per cento grazie anche alle operazioni in criptovalute. La crescita esponenziale del numero di miliardari, passati a livello globale da 3.028 a 3.428 in un anno, con una ricchezza complessiva che supera i 20.100 miliardi di dollari, certifica come la concentrazione di capitale nelle mani di pochi sia un fenomeno in costante accelerazione, e come la finanza digitale, con i suoi nuovi protagonisti, stia giocando un ruolo da assoluta protagonista in questa dinamica.




