Scarpinato replica: “Ecco la verità sulla mia domanda a Natoli”
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Redazione Interno
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Il senatore del Movimento 5 Stelle, nonché ex magistrato, rompe un silenzio ormai diventato insostenibile. “Tenuto conto che gli organi di stampa dell’area di centrodestra continuano ad attaccarmi per una conversazione con Natoli, insinuando un accordo fraudolento”, dichiara Scarpinato, “mi trovo costretto a ripetere ancora una volta a chi fa finta di non capire quanto ho già pubblicamente affermato, anche in trasmissioni televisive”. La replica, giunta da Palazzo Madama, mira a ricostruire il contesto di un colloquio – quello con il magistrato Natoli – finito al centro di un vivace dibattito politico-giudiziario. Secondo la ricostruzione offerta dall’interessato, l’incontro si sarebbe svolto all’interno di una riunione ben più ampia: “Alla riunione del 14 luglio 1992 parteciparono quasi tutti i magistrati della Procura di Palermo”. Una precisazione, quest’ultima, che serve a Scarpinato per respingere l’ipotesi di un faccia a faccia segreto o di un patto illecito.
La difesa nel dettaglio: “Chiedevo solo di riferire una verità in commissione”
L’ex procuratore aggiunto, oggi senatore pentastellato, non si limita a negare le accuse di chi lo dipinge come artefice di una presunta manipolazione. Scarpinato entra nel merito della sua richiesta a Natoli, chiarendone la natura con una formula che lascia poco spazio ad ambiguità: “A Natoli chiedevo di riferire una verità in commissione”. L’oggetto del contendere, nelle parole di chi l’ha pronunciata, non sarebbe dunque una sollecitazione a tacere o a distorcere i fatti, bensì un invito a testimoniare secondo quanto realmente accaduto. E aggiunge, con un tono che tradisce una certa asprezza verso i critici: “Il modo di procedere della maggioranza è uno stravolgimento delle regole processuali del contraddittorio e la strumentalizzazione della Commissione come mezzo fazioso di lotta politica”. Una dichiarazione pesante, che getta un’ombra sulle modalità con cui, a suo avviso, si stanno conducendo i lavori in seno all’organo parlamentare.
Il nodo Borsellino e la replica del figlio Manfredi
A rendere ancor più complesso il quadro, si inserisce ora la voce di un altro protagonista di questa vicenda a tratti giudiziaria e a tratti familiare: Manfredi Borsellino. Il figlio del giudice Paolo Borsellino, ucciso il 19 luglio 1992 in via D’Amelio, ha letto alcuni stralci contenuti nella richiesta di archiviazione della Procura di Caltanissetta – quella relativa a uno dei filoni d’indagine sulle stragi di trentaquattro anni fa – e non nasconde la propria amarezza. Al centro della sua reazione, alcune intercettazioni riportate nel documento: espressioni che, a suo giudizio, risultano offensive non solo verso la memoria del magistrato ma anche verso la sua famiglia. “Deprecabili. Offese a nostro padre”, le parole con cui Manfredi Borsellino ha voluto stigmatizzare quei passaggi, scatenando un’eco immediata nel dibattito pubblico.
Le intercettazioni contestate e lo sviluppo giudiziario
Nella richiesta di archiviazione, che pure rappresenta un atto tecnico all’interno di un’inchiesta complessa, sono infatti riportati stralci di conversazioni intercettate. Il contenuto di quelle frasi – che qui non si riportano per il dovuto rispetto nei confronti delle persone coinvolte – è stato giudicato talmente offensivo da spingere il figlio del giudice a una presa di posizione pubblica. La Procura di Caltanissetta, dal canto suo, ha depositato l’atto senza particolari enfasi, limitandosi a motivare l’archiviazione del filone investigativo. Resta sullo sfondo, ma non per questo meno presente, il clima di tensione che accompagna ogni nuovo sviluppo legato alle stragi del ’92: un capitolo della storia italiana che, a distanza di decenni, continua a produrre strascichi giudiziari e polemiche politiche. Scarpinato, intanto, rivendica la propria estraneità a qualsiasi accordo fraudolento, mentre la maggioranza di governo non ha per ora replicato ufficialmente alle sue accuse di “strumentalizzazione faziosa”.
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