Mafia-appalti, Scarpinato: «Darmi del depistante è gravemente falso. È bullismo politico, non mi arrenderò mai»
Articolo Precedente
Articolo Successivo
Redazione Interno
-
Roberto Scarpinato non ci sta. Il senatore del Movimento 5 Stelle, già procuratore generale di Palermo, ha affidato a un lungo post pubblicato sul proprio profilo Facebook la replica alle accuse contenute nel decreto di archiviazione firmato dal gip di Caltanissetta Santi Bologna sul filone dell’inchiesta «mafia-appalti».
Nel provvedimento, il magistrato nisseno ha parlato esplicitamente di «attività depistante» riferendosi alla condotta tenuta dall’ex capo dei pm palermitani, offrendo di fatto un assist alla maggioranza di governo, che non ha perso tempo per attaccare il parlamentare pentastellato. «L’affermazione secondo cui io conversando con Gioacchino Natoli avrei portato avanti un’attività depistante – scrive Scarpinato – è non solo gravemente falsa ma essa stessa depistante».
La ricostruzione della riunione del 14 luglio
Il punto centrale della difesa del senatore riguarda le conversazioni intercettate con l’ex collega Gioacchino Natoli, finite nel mirino del gip. «Nelle mie conversazioni telefoniche con Gioacchino Natoli – precisa Scarpinato – esortavo il mio interlocutore a riferire in commissione Antimafia una circostanza vera, non una falsità ma una verità, che lui stesso mi aveva in precedenza riferito».
Fu proprio Natoli, secondo la ricostruzione fornita dal senatore, a dirgli di essere stato presente alla riunione della procura di Palermo del 14 luglio 1992 e di aver chiaramente sentito il magistrato Guido Lo Forte riferire in dettaglio della parziale e temporanea archiviazione di un filone dell’indagine mafia-appalti. «Lo stesso hanno affermato in varie sedi istituzionali altri magistrati presenti quel giorno – aggiunge –. È noto e appurato che a quella riunione fosse presente anche Paolo Borsellino».
L’accusa rivolta al giudice è di non aver garantito il contraddittorio a un soggetto non indagato: «Il gip di Caltanissetta Santi Bologna non solo non ha garantito il mio diritto di soggetto non indagato al contraddittorio, ma si è spinto addirittura ad affermare che io avrei tentato di depistare i lavori della Commissione antimafia. È falso».
Il nodo dei mandanti esterni a Cosa Nostra
Scarpinato allarga poi il ragionamento al cuore delle indagini sulle stragi del 1992 e del 1993. «Le stragi del 1992-93 non furono solo di mafia – sostiene – ma coinvolsero mandanti e complici eccellenti esterni a Cosa Nostra, come dimostrato inequivocabilmente da gravi e ripetuti depistaggi, dalla partecipazione di soggetti esterni e dalle dichiarazioni di vari collaboratori di giustizia».
Su questa questione, ricorda l’ex magistrato, si è aperta una spaccatura nel mondo politico e in alcune componenti della magistratura di Caltanissetta sin dal 1992, quando il procuratore Tinebra avallò la falsa pista Scarantino, una frattura che giunge sino ai giorni nostri.
Nel mirino del senatore finisce anche la decisione del gip Bologna di archiviare il procedimento contro ignoti: un provvedimento che, a suo dire, tenta di «rianimare la pista mafia-appalti» basandosi su fatti e circostanze alcune delle quali ritenute false da un altro gip dello stesso ufficio, la dottoressa Lo Forti, e da altre autorità giudiziarie.
Le intercettazioni e il diritto negato
Nel lungo intervento, Scarpinato contesta anche il metodo con cui è stato trattato il suo caso.
«Non soltanto sono stato intercettato per 33 volte e le mie conversazioni sono state utilizzate processualmente senza alcuna autorizzazione del Senato – afferma – con l’entusiastica approvazione della stessa maggioranza che nega invece sistematicamente l’utilizzazione di intercettazioni e di chat di Delmastro e di altri suoi parlamentari, ma per di più mi è stato persino negato il diritto di essere sentito dalla magistratura per dimostrare, documenti alla mano, la totale rispondenza al vero delle circostanze di cui parlavo con Natoli».
Da qui la conclusione del senatore pentastellato, che non usa giri di parole: «È evidente che tutti i mezzi sono buoni per tentare di chiudere la bocca e condannare al silenzio le voci critiche e scomode. Ma non si illudano di intimidirmi, non mi arrenderò mai e continuerò il mio impegno per la ricerca della verità, costi quel che costi».
Il contenuto del provvedimento e le accuse a Pignatone e Natoli
Il decreto di archiviazione firmato da Santi Bologna, lungo oltre 600 pagine, non riguarda soltanto la posizione di Scarpinato. Il giudice ha chiuso il filone contro ignoti relativo alle stragi di Capaci e via D’Amelio per l’ipotesi del concorso morale esterno a Cosa Nostra, scrivendo che gli elementi acquisiti «non consentono l’iscrizione di alcun soggetto e di conseguenza non consentono di formulare alcuna ragionevole previsione di condanna».
Nelle motivazioni, Bologna riconosce però il «clima ostile ed emarginante» in cui si trovarono a operare Giovanni Falcone e Paolo Borsellino all’interno della Procura di Palermo nel biennio 1990-1992. In parallelo, il gip ha dichiarato prescritta l’accusa di favoreggiamento aggravato nei confronti degli ex magistrati Giuseppe Pignatone e Gioacchino Natoli, accusati di aver insabbiato il dossier mafia-appalti nell’interesse di imprenditori vicini a Cosa Nostra, e ha archiviato per mancanza di dolo l’ipotesi di calunnia a carico di Natoli.
Puoi riutilizzare questo articolo o riprenderne i contenuti, anche parzialmente, citando la fonte con link attivo a informazione.news, il portale online di notizie e approfondimenti.
