Il paradosso dell’Ia: a rischio i posti di lavoro dei giovani, non quelli degli esperti
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Redazione Economia
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Chiunque abbia familiarità con le dinamiche del mercato del lavoro, e con le rivoluzioni tecnologiche che lo hanno scandito nei decenni passati, potrebbe immaginare che l’assalto dell’intelligenza artificiale alle posizioni professionali colpisca per prima la manovalanza meno qualificata, quella esposta alla ripetitività e alla standardizzazione dei compiti. Eppure, i primi dati strutturati che emergono da osservatori internazionali come l’Organizzazione Internazionale del Lavoro (OIL), incrociati con le rilevazioni condotte da istituti di ricerca statunitensi e con le testimonianze raccolte al World Economic Forum di Davos, dipingono uno scenario opposto e, per certi versi, controintuitivo -1-10. A essere nel mirino dell’automazione intelligente non sono tanto gli operai o i cassieri, quanto i cosiddetti "colletti bianchi" alle prime armi; ne consegue che sono proprio i giovani, anche quelli in possesso di lauree specialistiche e master, a trovarsi improvvisamente in una zona d’ombra, schiacciati tra la loro inesperienza pratica e la capacità degli algoritmi di svolgere mansioni un tempo appannaggio esclusivo della fase di apprendistato -5-6.
Il nodo della questione, a ben guardare, risiede nella natura stessa dei compiti che vengono delegati alle macchine. Mustafa Suleyman, responsabile dell’intelligenza artificiale per Microsoft, ha ribadito in un’intervista al Financial Times come l’orizzonte temporale per l’automazione di gran parte del lavoro d’ufficio, dalla contabilità alla gestione di progetti, alla revisione di documenti legali, si sia drammaticamente ristretto a una finestra di dodici, massimo diciotto mesi -7. Sono queste, tipicamente, le attività inizialmente affidate a neolaureati e praticanti: analisi di dati, redazione di bozze, ricerche di mercato, gestione della corrispondenza. Se un tempo un giovane avvocato imparava il mestiere spulciando faldoni, oggi un modello linguistico di grandi dimensioni può estrarre giurisprudenza e precedenti in pochi secondi, e se un giovane analista finanziario trascorreva ore a costruire fogli di calcolo, ora un algoritmo li popola in tempo reale. La profezia, insomma, è che l’ingresso nelle professioni potrebbe diventare una porta socchiusa, se non del tutto sbarrata, proprio per coloro che dovrebbero rappresentare il ricambio generazionale.
I numeri di una generazione esposta
A suffragare questa tesi non ci sono solo le dichiarazioni dei manager del settore tech, ma anche dati statistici che iniziano a mostrare crepe significative nel tessuto occupazionale dei paesi avanzati. La ricerca dell’OIL, citata in diversi report specializzati, quantifica in quasi il trenta per cento la quota di impiego giovanile in professioni ad alta qualificazione che risulta "esposta" al rischio automazione, una percentuale che sale ulteriormente nelle economie ad alto reddito dove l’infrastruttura digitale è più pervasiva -6-8. Il paradosso è evidente: più un giovane è istruito, più è probabile che aspiri a ruoli che oggi l’Ia può svolgere con efficienza, riducendo la necessità per le aziende di assumere personale junior da formare sul campo. Non si tratta, in questa fase, di una sostituzione massiccia e improvvisa – alcuni studi, come quelli presentati da ADP Research a Davos, tendono anzi a smorzare i toni apocalittici parlando di "trasformazione" piuttosto che di "distruzione" del lavoro – ma di una lenta riscrittura delle gerarchie aziendali -9.
La ricerca ADP, in particolare, introduce un elemento di complessità ulteriore, mostrando come l’adozione dell’Ia rischi di amplificare il divario generazionale già esistente. Se i giovanissimi, i cosiddetti nativi digitali della Gen Z, dichiarano un livello di coinvolgimento con gli strumenti di intelligenza artificiale tra i più alti d’Europa, la loro ansia per il futuro non diminuisce; anzi, la consapevolezza tecnica li rende forse più lucidi nel percepire la precarietà del loro posizionamento -9. Dall’altro lato, i lavoratori over 55 mostrano la fiducia più bassa nell’impatto positivo della tecnologia, ma paradossalmente la loro esperienza e la loro capacità di gestire relazioni complesse, conflitti e leadership li rendono meno sostituibili da un algoritmo, per quanto sofisticato. È la "gavetta", insomma, a essere in via di automazione: quelle migliaia di ore di pratica ripetitiva che forgiavano l’intuito professionale vengono ora compresse in un processore, lasciando i giovani in una sorta di limbo dove si trovano a dover competere non solo con i colleghi più esperti, ma anche con macchine in grado di eseguire il lavoro di base più velocemente e senza errori.
La trasformazione silenziosa delle mansioni
Osservando il fenomeno da una prospettiva più ravvicinata, quella delle piccole e medie imprese del Nord Est italiano, emerge un’altra sfaccettatura del cambiamento. Iniziative come "AI for Business", sostenute da fondazioni bancarie in collaborazione con università, mostrano come l’intelligenza artificiale venga introdotta nei cicli produttivi non tanto per licenziare, quanto per potenziare l’efficienza -3. I progetti riguardano l’automazione delle "riconciliazioni" contabili, la gestione automatica delle fatture di trasporto, l’accesso smart ai dati commerciali: tutte attività che, fino a ieri, venivano svolte da personale amministrativo o da giovani addetti in stage. L’obiettivo dichiarato è liberare i dipendenti più qualificati da compiti ripetitivi, ma l’effetto collaterale è che si riduce drasticamente la necessità di personale addetto esclusivamente a quelle mansioni.
In questo contesto, i ruoli entry-level si trasformano o scompaiono, e ciò che viene richiesto a un nuovo assunto non è più la capacità di eseguire un compito, ma quella di gestire e supervisionare il sistema che lo esegue. Non è un caso che, come riportato da alcune analisi pubblicate a inizio 2026, i corsi di laurea e i percorsi di formazione specializzati in "prompt engineering" o in etica degli algoritmi stiano vivendo un boom di iscrizioni, mentre le tradizionali carriere amministrative mostrano segni di affanno -1. La figura del "lavoratore potenziato" dall’Ia, di cui si è discusso a Davos, richiede competenze ibride che i giovani, sulla carta, potrebbero possedere; ma il paradosso rimane: per essere assunti e imparare a usare questi strumenti, spesso serve già quell’esperienza che non si può più accumulare, perché i primi gradini della scala professionale sono stati rimossi.
La risposta della politica e i timori diffusi
Il quadro, inevitabilmente, ha acceso i riflettori delle istituzioni sovranazionali. Il World Economic Forum ha lanciato una "Reskilling Revolution" con l’ambizione di formare un miliardo di persone entro pochi anni, concentrandosi proprio sulle competenze digitali e sull’uso consapevole dell’intelligenza artificiale -10. Parallelamente, l’OIL ha messo in guardia i governi: il rischio concreto è che la frattura tra chi ha competenze specialistiche aggiornate e chi invece si affaccia al mercato con un bagaglio tradizionale diventi una voragine, alimentando quella che alcuni economisti definiscono una "generazione senza orizzonte" -2-6. I dati sull’occupazione giovanile in paesi come l’Italia, dove il tasso di Neet (giovani che non studiano e non lavorano) rimane tra i più alti d’Europa, si intrecciano con questo nuovo fattore tecnologico, rendendo ancora più complesso il lavoro di chi deve disegnare le politiche attive.
La tensione, d’altronde, è palpabile anche nelle cronache recenti: aziende come Pinterest hanno annunciato riduzioni di personale riconducendo la scelta a una "maggiore focalizzazione sugli investimenti in Ia", e non è un caso isolato -1. Se a questo si aggiunge un contesto macroeconomico incerto, segnato dalle tensioni commerciali internazionali e dalle politiche protezionistiche promosse dall’amministrazione Trump, si comprende come l’incertezza diventi l’unica vera costante per chi cerca un impiego -6. L’intelligenza artificiale, insomma, non sta rubando il lavoro a tutti, ma sta ridisegnando la piramide delle professioni in modo tale che la base – quella su cui i giovani dovrebbero poggiare i piedi per iniziare a salire – si sta assottigliando fino a diventare un gradino troppo stretto per reggerne il peso.
Description: L’intelligenza artificiale penalizza l’ingresso dei giovani nel mercato del lavoro. L’analisi dei dati OIL e le tendenze da Davos sul rischio automazione per le posizioni junior.
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