Magyar: “Veto al prestito Ue a Kiev? L’Ungheria ha ottenuto l’esenzione”
Articolo Precedente
Articolo Successivo
Redazione Esteri
-
La nuova era politica ungherese, quella che porta la firma di Péter Magyar e del suo partito Tisza, si apre con un crisma di realismo – per certi versi spiazzante – nei confronti della guerra in Ucraina e delle complesse dinamiche di potere all’interno dell’Unione Europea. A distanza di poche ore dalla schiacciante vittoria elettorale, il futuro premier ha voluto chiarire senza mezzi termini la posizione di Budapest su due dossier caldissimi: il gigantesco prestito da 90 miliardi di euro destinato a Kiev e l’eventuale, quanto improbabile, corsa verso l’adesione dell’Ucraina al blocco comunitario. Delle due, l’una: se da un lato Magyar rivendica un’esenzione già ottenuta – una sorta di lasciapassare negoziato sottobanco – sul veto al prestito, dall’altro chiude nettamente la porta all’ipotesi di un ingresso “in corsa” di un paese formalmente in stato bellico.
L’esenzione ungherese e il nodo dei fondi congelati
La partita, come spesso accade a Bruxelles, è fatta di numeri e di condizioni implicite. Il prestito da 90 miliardi, che servirebbe a tenere in piedi le finanze ucraine nei prossimi diciotto mesi, si era arenato proprio sul veto ungherese, una posizione ereditata dal precedente esecutivo ma che Magyar non ha mai del tutto rinnegato. Ora, però, il quadro cambia: il leader del Tisza ha lasciato intendere che l’Ungheria abbia strappato alla Commissione europea una deroga specifica, una sorta di “esenzione” che la solleverebbe dal contributo diretto al prestito o, quantomeno, le garantirebbe contropartite tali da rendere il veto inefficace. E non è un caso che, in parallelo, Bruxelles abbia rilanciato con forza: «Vogliamo una rapida svolta», ha avvertito l’esecutivo comunitario, mettendo sul piatto la possibilità di sbloccare i 37 miliardi di euro di fondi europei finora congelati per l’Ungheria – quelli legati allo stato di diritto e alle riforme giudiziarie – a patto che Budapest revochi subito ogni ostacolo al pacchetto per Kiev. In questo braccio di ferro, il pressing sulla nuova amministrazione ungherese è evidente: l’europeismo di Magyar sarà misurato, spiegano dalle parti di Schuman, proprio dalla sua capacità di allinearsi sulla linea del sostegno finanziario all’Ucraina.
Memorandum di Budapest e integrità territoriale: la posizione di Magyar
Nella stessa conferenza stampa di lunedì, quella che ha segnato il suo esordio da vincitore, Magyar ha voluto ribadire un principio che suona come un’ancora di salvezza giuridica per Kiev. «Sulla base del Memorandum di Budapest del 1994, l’Ucraina ha il diritto e, a mio avviso, anche il dovere di preservare la propria integrità territoriale e la propria sovranità», ha detto di fronte ai giornalisti riuniti. Un passaggio non scontato, se si considera la tradizionale ambiguità ungherese – e prima ancora quella di Viktor Orbán – nei confronti dell’aggressione russa. Magyar, però, ha voluto distinguersi: «L’Ucraina è la vittima di questa guerra», ha sottolineato, aggiungendo però un’altra verità brutale: «Non possiamo chiedere a nessun paese di rinunciare al proprio territorio». Una frase che, nella sua apparente semplicità, contiene il cuore del dilemma: il sostegno all’integrità territoriale ucraina è un principio, ma il prezzo per ottenerlo (armi, soldi, adesioni politiche) è tutto da negoziare.
“Fuori discussione”: l’ingresso di un paese in guerra nell’Unione Europea
Se sul fronte del prestito la porta resta socchiusa, su quello dell’adesione all’Ue Magyar chiude con un colpo secco. «È assolutamente fuori discussione che l’Unione Europea ammetta un paese in guerra», ha dichiarato senza giri di parole, ribadendo una linea che il suo partito Tisza aveva già anticipato in campagna elettorale. Nessuna adesione accelerata, nessun trattamento straordinario per Kiev: per il futuro premier ungherese, prima si deve chiudere il conflitto – e su questo non ha offerto ipotesi di soluzione – poi semmai si potrà parlare di allargamento. Una posizione che, di fatto, allinea Budapest alle capitali più caute (come Berlino e Parigi, seppur per ragioni diverse) e che rispedisce al mittente le pressioni dei falchi dell’Est europeo. Non è una questione di scarsa solidarietà, spiega Magyar, ma di realismo istituzionale: uno stato in guerra, con confini mobili, eserciti mobilitati e un’economia di guerra, non può semplicemente sedersi al tavolo dei Ventisette come se nulla fosse.
Il nodo del prestito e la pressione di Bruxelles su Magyar
L’accordo sul prestito da 90 miliardi, quello che la Commissione europea vorrebbe chiudere entro l’estate, sembra dunque più vicino non tanto per un miracolo di diplomazia, quanto per un preciso gioco di specchi. Da un lato, Bruxelles ha messo sul piatto i 37 miliardi congelati per Budapest – una leva potente, visto che si tratta di risorse che il nuovo governo ungherese vorrebbe utilizzare per rilanciare un’economia in affanno. Dall’altro, Magyar ha bisogno di mostrare ai suoi elettori di non aver ceduto gratuitamente: l’esenzione rivendicata, la deroga al contributo diretto al prestito per Kiev, servirebbe proprio a questo, a salvare la faccia di fronte a un’opinione pubblica storicamente scettica verso gli aiuti all’Ucraina. Nel pacchetto, inoltre, sarebbero incluse nuove sanzioni contro la Russia – un capitolo su cui l’Ungheria ha sempre messo i piedi in testa, chiedendo deroghe per il settore energetico. La partita, insomma, è tutta giocata su scambi incrociati: il via libera al prestito e alle sanzioni in cambio dello sblocco dei fondi europei. E Magyar, con la sua vittoria schiacciante, si ritrova ora nella posizione di chi può dire sì, ma a caro prezzo.




