L’Ucraina davanti al nodo politico dell’adesione, tra la proposta di rinuncia ai fondi e il muro di Budapest

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   L’iniziativa messa a punto da Volodymyr Zelensky, e fatta filtrare nei giorni scorsi attraverso i canali diplomatici verso Bruxelles, rappresenta un tentativo di scardinare lo stallo che da mesi paralizza il percorso di avvicinamento di Kiev all’Unione Europea. La sostanza della proposta, che ha il sapore di una scommessa politica oltre che di un gesto negoziale, è relativamente semplice nelle sue premesse: l’Ucraina sarebbe disposta a compiere un passo indietro sul piano dei benefici materiali pur di compierne uno in avanti su quello formale e, soprattutto, strategico. L’offerta, infatti, consiste nella disponibilità a rinunciare ai sussidi agricoli e ai fondi di coesione, che costituiscono due pilastri fondamentali del bilancio comune, per ottenere in cambio un’accelerazione sostanziale dell’iter di adesione. Una mossa, questa, che mira a togliere argomenti a quei Paesi membri, come Polonia, Francia o Italia, che storicamente beneficiano di quelle risorse e che temono di vederle ridistribuite verso Est in un momento di risorse già messe a dura prova dai nuovi quadri finanziari pluriennali.

L’accelerazione impressa da Kiev, peraltro, non si limita a questo aspetto puramente economico ma investe anche la dimensione procedurale del negoziato, con l’obiettivo dichiarato di completare in pochi giorni la preparazione tecnica necessaria per aprire tutti i capitoli negoziali. La Commissione Europea, per bocca dei suoi portavoce, ha riconosciuto che l’Ucraina ha concluso la fase di screening in tempi record e che, nonostante il perdurare del conflitto, i progressi compiuti in termini di riforme sono tali da poter considerare i cluster pronti per l’apertura. Tuttavia, la stessa Commissione ha anche preso le distanze dall’idea di fissare una data certa per l’ingresso, come il 2027 evocato da Zelensky, sottolineando che il processo di allargamento si basa sul principio del merito e che non è possibile imporre scadenze unilaterali. Una posizione, quella di Bruxelles, che cerca di tenere insieme l’incoraggiamento politico a un Paese in guerra e il rigore di una procedura che richiede il consenso unanime degli Stati membri, consenso che appare oggi quanto mai fragile.

A rendere il quadro ancora più complesso, infatti, è l’atteggiamento di alcuni governi dell’Unione, primo fra tutti quello ungherese, che hanno trasformato il via libera a misure cruciali per Kiev in un terreno di scontro politico. Viktor Orban, come è noto, tiene in ostaggio sia il ventesimo pacchetto di sanzioni contro Mosca sia il maxi-prestito da 90 miliardi di euro destinato a sostenere le finanze ucraine per il biennio in corso, collegando il suo assenso a questioni bilaterali come il transito del petrolio russo attraverso l’oleodotto Druzhba. Un comportamento che ha portato a colloqui serrati, come quello tra Zelensky e Ursula von der Leyen, incentrati proprio sulla necessità di sbloccare queste risorse fondamentali aggirando, se possibile, il veto di Budapest. La stessa Slovacchia, inoltre, ha mostrato riserve, confermando come l’unanimità richiesta in materia di politica estera e di sicurezza rappresenti un vincolo strutturale difficilmente superabile, specialmente in una fase in cui gli equilibri politici interni a diversi Paesi membri influenzano pesantemente le decisioni comuni.

Il nodo dell’allargamento rovesciato e le resistenze degli Stati membri

Mentre Zelensky spinge per una data chiara, nella sostanza il dibattito tra i Ventisette si è concentrato anche su formule alternative, come quella che è stata definita “adesione all’inverso”, un’ipotesi circolata a livello di Commissione e discussa in occasione di una cena informale degli ambasciatori. Il modello, che prevedeva un’entrata formale dell’Ucraina nell’Unione senza l’accesso immediato ai diritti di voto e ai principali benefici finanziari, ha però ricevuto una netta freddezza da parte delle capitali, preoccupate che una simile soluzione possa minare la credibilità stessa del processo di allargamento. L’idea di creare percorsi differenziati o membership di serie B, insomma, non ha trovato terreno fertile, con molti diplomatici che hanno invitato la Commissione a non alimentare illusioni su un percorso che resta ancorato ai parametri di Copenaghen e al principio che i progressi debbano essere misurati sui risultati effettivi e non su scorciatoie politiche.

Ciò non toglie che la questione ucraina abbia introdotto un elemento di urgenza geopolitica che non ha precedenti nella storia dell’integrazione europea, paragonabile forse solo ai processi seguiti alla fine della Guerra Fredda. La richiesta di Zelensky, che nel suo intervento al Parlamento Europeo ha avvertito come l’assenza di una data certa consegni a Mosca lo strumento per dividere l’Europa nei prossimi decenni, si scontra con la pragmatica prudenza di chi, come i Paesi Bassi, invita a non affrettare i tempi e a concentrarsi piuttosto sulle riforme necessarie. Un contrasto, questo, tra la dimensione esistenziale del conflitto e la complessità burocratica di un’organizzazione sovranazionale, che rende ogni mossa di Kiev, inclusa quella di offrire la rinuncia ai sussidi, un tentativo di mantenere viva l’attenzione su un percorso che altrimenti rischierebbe di arenarsi definitivamente nelle secche dei veti incrociati e delle preoccupazioni di bilancio.

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