Sepsi neonatale, il rischio è massimo nel primo mese di vita: i sintomi da riconoscere
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Redazione Salute
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La sepsi neonatale continua a rappresentare una delle emergenze sanitarie più insidiose nei primi giorni di vita, con un impatto che si concentra in modo particolare sui neonati prematuri e su quelli con peso molto basso alla nascita. In occasione del World Sepsis Day, che ricorre il 13 settembre, l’attenzione torna su una condizione che ogni anno colpisce circa 3 milioni di neonati a livello mondiale.
Un quadro clinico che può evolvere in poche ore
I segni precoci della sepsi nel neonato sono spesso aspecifici e facilmente confondibili con manifestazioni banali: riduzione dell’attività spontanea, suzione meno vigorosa, rifiuto del pasto, apnea, bradicardia e instabilità della temperatura corporea, che può essere troppo alta o troppo bassa. La febbre, contrariamente a quanto si potrebbe immaginare, è presente in meno del 10 per cento dei casi, ma quando persiste per più di un’ora tende a indicare la presenza di un’infezione in atto.
Possono comparire anche distress respiratorio, ittero, vomito, diarrea, distensione addominale e, nei casi più gravi, convulsioni o protrusione delle fontanelle, segno quest’ultimo che orienta verso un coinvolgimento delle membrane che avvolgono il cervello.
Le forme precoci e tardive
La sepsi neonatale si presenta in due distinte modalità di insorgenza. La forma precoce si manifesta entro le prime 72 ore di vita ed è legata alla trasmissione verticale del patogeno dalla madre al bambino prima o durante il parto; quella tardiva esordisce dopo le 72 ore ed è correlata all’assistenza ricevuta durante il ricovero, configurandosi come un’infezione a trasmissione orizzontale. L’immaturità del sistema immunitario rende i neonati particolarmente vulnerabili, e questa suscettibilità cresce quanto più il bambino è prematuro.
I numeri della sepsi in Italia e nel mondo
Nel nostro Paese la sepsi colpisce complessivamente circa 250.000 persone ogni anno, con un numero di decessi compreso tra 50.000 e 70.000. La metà di chi sopravvive sviluppa la cosiddetta sindrome post-sepsi, con deficit cognitivi, disturbi della salute mentale e una debolezza persistente che può durare mesi o anni. In Europa l’incidenza è di circa 377 casi ogni 100.000 abitanti all’anno, un valore superiore a quello dell’infarto del miocardio e dell’ictus cerebrale.
A livello globale, le infezioni neonatali e la sepsi restano particolarmente concentrate in Africa e nel Sud-Est asiatico, mentre le regioni del Mediterraneo orientale e del Pacifico occidentale hanno registrato un aumento del carico di malattia negli ultimi anni.
La diagnosi e il ruolo dei test rapidi
La conferma diagnostica si basa sull’emocoltura, considerata il gold standard, ma i tempi di risposta possono richiedere dalle 36 alle 72 ore, un intervallo che nei neonati può risultare critico. Negli ultimi anni sono stati sviluppati strumenti basati su PCR multiplex, metagenomica e profilazione genica dell’ospite, tecnologie che potrebbero consentire di identificare l’infezione molte ore prima rispetto ai metodi tradizionali e di avviare precocemente una terapia antimicrobica mirata.
Nel 2025 l’Organizzazione mondiale della sanità ha pubblicato il primo Target Product Profile dedicato allo sviluppo di test rapidi per le infezioni batteriche gravi nei neonati e nei lattanti, con l’obiettivo di renderli utilizzabili anche in contesti a risorse limitate.
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