Le Borse affondano, il petrolio vola: l’ultimatum di Trump a Teheran congela i mercati

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Redazione Economia Redazione Economia   -   L’avvertimento arriva diretto, senza mezzi termini, e trova i mercati finanziari già appesi a un filo sottilissimo. Donald Trump, nella sua veste di presidente degli Stati Uniti, ha lanciato un ultimatum all’Iran, invitando Teheran a sedersi al tavolo delle trattative “prima che sia troppo tardi”. Un messaggio che, nelle intenzioni della Casa Bianca, suona come un’estrema spinta alla de-escalation ma che, nella lettura degli investitori, si è trasformato immediatamente nell’ennesimo segnale di impennata del rischio geopolitico. Le smentite arrivate dai funzionari iraniani – i quali hanno negato l’esistenza di un negoziato diretto – hanno infatti vanificato quel flebile ottimismo accumulato nei giorni scorsi, riportando la tensione sugli scudi e, con essa, il prezzo delle materie prime energetiche.

Effetto Hormuz, il greggio torna a correre e congela le borse asiatiche

È proprio il prezzo del petrolio, in questa fase, a dettare l’agenda dei listini. Il Brent del Mare del Nord, in una seduta caratterizzata da forti oscillazioni, ha sfiorato quota 108 dollari al barile, mentre il greggio statunitense Wti si è spinto fino a sfiorare i 95 dollari. La ragione di questo balzo, che ha superato in alcuni casi il 5%, risiede nella percezione concreta di un prolungamento della crisi, con le ipotesi di un blocco sempre più esteso dello Stretto di Hormuz. Una chiusura, anche solo parziale, di quel passaggio strategico rappresenta uno spettro che nessun trader può ignorare, minacciando di tagliare le forniture a un’economia globale già provata dall’inflazione.

Le prime a pagarne il prezzo sono state le borse asiatiche, dove la serie positiva di due giorni si è bruscamente interrotta. Tokyo ha limitato i danni, ma piazze come Hong Kong e Shanghai hanno registrato ribassi vicini al 2%, trascinate giù dall’aumento dei costi energetici che rischia di frenare ulteriormente la crescita in una regione fortemente dipendente dalle importazioni di greggio. Il clima di incertezza, aggravato dai segnali contrastanti provenienti dai fronti diplomatici, ha indotto gli investitori a una rapida fuga dal rischio, interrompendo quel fragile tentativo di ripresa che aveva caratterizzato l’inizio della settimana.

Piazza Affari in rosso, spread in rialzo e timori per l’inflazione

Il contagio si è esteso immediatamente all’Europa, con Milano che ha ampliato il ribasso fino a toccare il -1,1% in una seduta di vendite generalizzate. Francoforte e Londra hanno subito perdite analoghe, mentre Parigi ha limitato il calo sotto la soglia dell’1%. A pesare sul sentiment non è solo il caro energia, ma anche la reazione a catena sul fronte obbligazionario. Il rendimento del decennale americano è salito al 4,38%, un movimento che riflette la crescente preoccupazione per il ritorno di pressioni inflazionistiche, mentre lo spread tra Btp e Bund ha subito un allargamento, superando la soglia dei 90 punti base.

Sul listino milanese, la volatilità si è concentrata su settori specifici. Le banche hanno sofferto le vendite, con Unicredit tra i titoli più penalizzati, mentre le società petrolifere, al contrario, hanno registrato guadagni speculari al rialzo del greggio: Eni e Saipem hanno messo a segno incrementi superiori al punto percentuale, approfittando della fiammata energetica. Una divergenza, questa, che racconta bene la natura schizofrenica della giornata: da un lato il timore che l’inflazione morda di nuovo, dall’altro la ricerca di riparo nei beni rifugio tradizionali, sebbene persino l’oro abbia mostrato segni di cedimento, arretrando dopo i recenti picchi.

Dati macro in ombra, la BCE teme lo stress sistemico

Sullo sfondo, i dati macroeconomici hanno confermato il clima di sfiducia. In Italia, l’Istat ha registrato un crollo del clima di fiducia dei consumatori, sceso ai minimi da quasi due anni e mezzo, un segnale che le famiglie avvertono il peso dell’incertezza ben prima che questa si traduca in numeri sul carrello della spesa. In Germania e Francia, gli indicatori sul morale di imprese e consumatori hanno deluso le attese, dipingendo un quadro europeo in evidente affanno.

Le autorità monetarie, dal canto loro, hanno iniziato a lanciare segnali di allarme. Joachim Nagel, alla guida della Bundesbank, ha ricordato come la Banca Centrale Europea non possa escludere un nuovo intervento sui tassi qualora la guerra dovesse innescare una spirale inflazionistica ingestibile, mentre il vicepresidente Luis de Guindos ha avvertito che il conflitto potrebbe generare “vulnerabilità interconnesse” e dare origine a stress sistemico. Parole che pesano come un macigno sulle aspettative di mercato, mentre gli investitori attendono sviluppi concreti sul fronte diplomatico, consapevoli che, finché lo Stretto di Hormuz resterà un polverone, la volatilità sarà destinata a restare l’unica compagna di viaggio.

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