Marco Gabriele, l’addetto agli arbitri della Lazio, spiega il suo ruolo: «Molti calciatori non conoscono il regolamento. Il designatore? Non lo possiamo chiamare»

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Redazione Sport Redazione Sport   -   Non è certo un mistero che, nel calcio che conta, la comunicazione tra chi gioca e chi fischia sia spesso un esercizio complicato, intriso di diffidenza e, a volte, di vera e propria ignoranza tecnica. A gettar luce su questo universo fatto di regole scritte e prassi non dette ci pensa Marco Gabriele, ex direttore di gara di Serie A e da cinque anni “club referee manager” della Lazio, una figura ancora piuttosto rara nel nostro massimo campionato nonostante l’evidente utilità pratica. Intervistato dalla Gazzetta dello Sport, l’ex fischietto – che ha diretto 39 gare nella massima serie – ha tracciato un quadro piuttosto nitido di cosa significhi fare da ponte tra lo spogliatoio biancoceleste e il mondo arbitrale, chiarendo innanzitutto un dato di fatto sorprendente: i calciatori, spesso, il regolamento lo consultano per la prima volta solo quando appendono gli scarpini al chiodo.

Un lavoro (quasi) di alfabetizzazione

I compiti dell’addetto agli arbitri si dividono, spiega Gabriele, in due macroaree: quelle interne al club e quelle esterne, legate alle relazioni istituzionali. Partiamo dalle prime. «Tenete conto – ha dichiarato – che un calciatore spesso legge per la prima volta il regolamento del calcio quando smette e fa il corso di direttore sportivo». Una rivelazione che fa rabbrividire, e che spiega tanti equivoci visti in campo. Il lavoro del manager, allora, diventa quasi didattico: si spiegano le differenze sottili tra un contatto lecito e un fallo, si traduce il linguaggio tecnico degli arbitri – ormai basato su concetti come l'”aumento del volume del ” per valutare un fallo di mano – per renderlo comprensibile a chi è abituato a ragionare più con i riflessi che con i manuali. Qualche eccezione, a onor del vero, esiste: Gabriele cita l’esempio di Pepe Reina, un professionista talmente maniacale da scrivergli persino per analizzare episodi di altre partite.

Ma non si tratta solo di insegnare le regole. Una fetta consistente del lavoro, a sentire l’ex arbitro, riguarda la preparazione psicologica e tattica alla gara. «Spieghiamo come arbitra – ha aggiunto – perché le differenze sono nette». E qui il discorso si fa affascinante: non tutti i direttori di gara sono uguali. C’è Massa, che dà del lei e tiene le distanze, rigido e formale, e ci sono Maresca e Guida, che invece basano il loro stile sul dialogo costante. Saperlo, per un giocatore, fa la differenza. «Se incontri Kvaratskhelia e sai che il suo avversario diretto prende spesso un cartellino giallo nel primo tempo, lo devi dire ad allenatore e squadra». Ecco, questo è il livello del dettaglio: fornire statistiche comportamentali, suggerire le parole giuste da usare (o da evitare) in campo, insomma, trasformare la spontaneità in strategia.

I limiti del rapporto: il muro del designatore

Veniamo ora alla parte più delicata, quella dei rapporti esterni. Il giorno della gara, se si gioca in casa, l’addetto si occupa dell’accoglienza della terna, delle necessità logistiche, e – aspetto cruciale – fa da deterrente per impedire l’accesso degli eventuali dirigenti “bollenti” allo spogliatoio del direttore di gara. Un ruolo di parafulmine, insomma. Esiste però un limite preciso, invalicabile, che Gabriele ha voluto sottolineare con chiarezza: il muro del designatore arbitrale. «No, non si può» ha risposto secco, quando gli è stato chiesto se sia lecito alzare la cornetta e chiamare il designatore (figura che assegna le partite ai fischietti). Un’eventuale telefonata di questo genere, ha avvertito, potrebbe persino scatenare un’informativa alla Procura Federale.

«Diverso è il caso di un incontro allo stadio o in altro ruolo tra un tesserato e il designatore: in quel caso, è naturale che una conversazione nasca». Ma per le comunicazioni ufficiali, per chiedere lumi o segnalare criticità, esiste un canale preciso: l’incaricato per le relazioni con i club di Serie A e B. Una figura, questa sì, che quest’anno è rappresentata da Andrea De Marco, ed è l’unico tramite consentito. Un meccanismo, quello messo in piedi dalla Figc, che prova a sterilizzare le polemiche, trasformando l’inevitabile tensione tra le parti in un dialogo (spesso aspro) ma regolamentato. Un sistema, in fin dei conti, che lascia l’addetto agli arbitri in una posizione di equilibrio: fondamentale per la crescita tecnica interna, ma limitato nella sua azione politica esterna, dove il potere decisionale resta saldamente in mano ad altri.

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