Militari Usa pronti a operazioni prolungate contro l’Iran mentre la diplomazia corre ai ripari a Ginevra
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Redazione Esteri
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C’è un dato, emerso nelle ultime ore da fonti del Pentagono, che cambia la prospettiva del confronto in corso tra Stati Uniti e Iran: l’esercito americano si sta preparando alla possibilità di condurre operazioni militari non più circoscritte a singoli raid, ma strutturate per durare settimane. Due funzionari statunitensi, che hanno parlato con la Reuters a condizione di mantenere l’anonimato visto che si tratta di piani delicati e in evoluzione, hanno confermato che la macchina da guerra si sta attrezzando per uno scenario di conflitto prolungato qualora il presidente Donald Trump dovesse dare l’ordine di colpire. Non si tratterebbe, quindi, di una replica della cosiddetta operazione “Midnight Hammer” condotta la scorsa estate – sostanzialmente un attacco limitato condotto da bombardieri stealth partiti dal territorio americano – bensì di una campagna ben più complessa e dispendiosa. In questo quadro, le forze armate statunitensi starebbero valutando l’ipotesi di bersagli che vadano oltre il solo programma nucleare iraniano, includendo potenzialmente infrastrutture statali e della sicurezza, con il presupposto – quasi scontato secondo le stesse fonti – che l’Iran reagirebbe innescando una serie di scambi e rappresaglie destinate a protrarsi nel tempo.
Parallelamente alla preparazione sul campo, e quasi a voler dimostrare che la diplomazia e la forza procedono su binari paralleli, martedì prossimo Ginevra sarà teatro di un doppio appuntamento cruciale. Secondo quanto ricostruito dall’agenzia Reuters, una delegazione americana composta dagli inviati speciali Steve Witkoff e Jared Kushner incontrerà i rappresentanti iraniani nella mattinata, con la mediazione dell’Oman, che da tempo funge da canale di comunicaggio tra Washington e Teheran. Sarà questo il secondo round di contatti dopo quelli avvenuti a Muscat nei giorni scorsi. Nel pomeriggio, la stessa delegazione Usa siederà al tavolo per dei colloqui trilaterali con Russia e Ucraina, a dimostrazione di quanto l’agenda internazionale dell’amministrazione Trump sia fitta e interconnessa. La delicatezza dell’incontro con l’Iran è resa ancora più evidente dalle dichiarazioni pubbliche del presidente americano, il quale ha recentemente definito l’ipotesi di un cambio di regime a Teheran come “la cosa migliore che possa succedere”. -2
La minaccia militare come leva negoziale e il dispiegamento della portaerei Gerald R. Ford
Mentre i diplomatici si preparano a varcare le sale dei congressi svizzeri, il Pentagono muove pezzi importanti sulla scacchiera mediorientale. La portaerei Gerald R. Ford, l’unità più grande e tecnologicamente avanzata della Marina americana con i suoi trecentotrentaquattro metri di lunghezza e un dislocamento che supera le centomila tonnellate, ha ricevuto l’ordine di lasciare il Mar dei Caraibi per fare rotta verso il Medio Oriente. Una decisione che porterebbe ad avere due gruppi di portaerei nella stessa area, visto che già da un paio di settimane opera in quelle acque la Uss Abraham Lincoln. -1 Il sistema Emals, che equipaggia la Ford, consente un lancio più rapido e frequente dei velivoli, aumentando la capacità di proiezione della forza. Trump stesso, interpellato dai giornalisti mentre lasciava la Casa Bianca, ha motivato il rafforzamento come una necessità: se non si dovesse raggiungere un’intesa con Teheran, ha spiegato, “avremo bisogno di quella potenza”. -3 In caso contrario, se la diplomazia dovesse prevalere, le navi potrebbero anche andarsene. Una linea, questa, che combina la pressione militare visibile con l’offerta di un canale negoziale ancora aperto.
Le posizioni di principio di Teheran e le preoccupazioni dell’AIEA
Sul fronte opposto, la leadership iraniana ribadisce con fermezza i propri paletti. Ali Shamkhani, segretario del Consiglio supremo di sicurezza nazionale, ha riaffermato che il programma missilistico rappresenta una linea rossa invalicabile, non negoziabile in nessun contesto. -4 Secondo quanto riportato dall’agenzia Fars, Shamkhani ha avvertito che qualsiasi attacco riceverà una risposta “forte, ferma e proporzionata”. Una posizione, questa, che riduce il margine di manovra dei diplomatici e che conferma come l’unico dossier su cui Teheran sia disposta a discutere rimanga quello nucleare, escludendo categoricamente qualsiasi interlocuzione sulle capacità difensive. A rendere il quadro ancora più teso ci si mette la comunità internazionale, con il direttore generale dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica, Rafael Grossi, che ha parlato a Monaco di una situazione radicalmente cambiata dopo le ostilità dello scorso anno. -5 Grossi ha riconosciuto il diritto dell’Iran a un programma nucleare pacifico, ma ha anche descritto un contesto in cui l’Agenzia si muove su un “filo del rasoio” tra quello che resta degli impianti e ciò che deve essere nuovamente ispezionato. Un’equazione complessa, fatta di danni fisici subiti dalle infrastrutture e della necessità di ricostruire un minimo di fiducia, che si intreccia ora con la delicata finestra diplomatica di Ginevra.




