Ordigno bellico esplode a Valdobbiadene, morto il collezionista Attilio Frare

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Una violenta detonazione, che ha spezzato il silenzio del primo pomeriggio nella campagna di Valdobbiadene, ha segnato oggi la fine tragica di Attilio Frare. L’uomo, cinquantaseienne appassionato di cimeli storici, è deceduto all’istante mentre, all’interno di un locale adibito a deposito attrezzi in strada di Guia, maneggiava quello che le indagini preliminari indicano come un residuato bellico della Grande Guerra. L’esplosione, avvenuta poco dopo l’ora di pranzo, ha attirato sul posto oltre ai soccorsi sanitari, giunti ormai inutili, anche le forze dell’ordine e una squadra di artificieri chiamata a valutare l’effettiva pericolosità dell’area. Accanto al Corpo senza vita del collezionista, gli investigatori hanno infatti rinvenuto altri materiali, presumibilmente dello stesso genere, che rendevano necessaria una immediata operazione di messa in sicurezza prima di qualsiasi approfondimento.

La ricostruzione della dinamica

La sequenza degli eventi, sebbene ancora da confermare nei dettagli dalle indagini della magistratura e dei carabinieri, appare piuttosto lineare. Frare, che da tempo dedicava parte delle sue energie al recupero e alla conservazione di reperti bellici, si trovava da solo nel suo magazzino. Secondo quanto trapelato, stava probabilmente esaminando o tentando di manipolare l’ordigno, un’azione sempre estremamente rischiosa data l’instabilità chimica di tali congegni dopo un secolo dalla loro fabbricazione. Il botto, avvertito distintamente nei dintorni, non ha lasciato scampo. L’esplosione, oltre a causare il decesso immediato del cinquantaseienne, ha ferito un altro uomo presente nelle vicinanze, il cui ruolo nella vicenda è al momento oggetto di accertamento. Gli artificieri, una volta giunti, hanno ispezionato con cautela il luogo sigillandolo e procedendo al sequestro di tutti i materiali sospetti rinvenuti.

Il profilo del collezionista e la passione per la storia

Attilio Frare non era un volto sconosciuto nell’ambito dei ricercatori amatoriali della zona, una cerchia di persone che, spinte da interesse storico o semplicemente da una forma di collezionismo, dedicano tempo e risorse a perlustrare i luoghi che furono teatro degli scontri del ’15-’18. La sua passione, comune a molti in un territorio come quello trevigiano profondamente segnato dalle trincee, lo aveva portato nel corso degli anni a accumulare diversi oggetti, che custodiva in quello che era divenuto un piccolo arsenale privato e del tutto illegale. La normativa italiana, del resto, è chiara e severa in materia: il ritrovamento di qualsiasi residuato bellico deve essere immediatamente denunciato alle autorità competenti, le uniche abilitate al recupero e alla disattivazione in sicurezza. Una procedura che, evidentemente, non è stata seguita in questo caso, con esiti fatali.

I rischi concreti e mai sopiti dei residuati

L’episodio di Valdobbiadene riporta drammaticamente alla luce un pericolo che, soprattutto nel Nord-Est d’Italia, non può considerarsi remoto. Sono migliaia, secondo le stime degli stessi reparti specializzati dell’Esercito, gli ordigni inesplosi ancora sepolti nel sottosuolo o abbandonati in vecchie costruzioni, una eredità letale di un conflitto che sembra lontano nel tempo ma che periodicamente miete vittime. La corrosione degli involucri, l’instabilità degli esplosivi e dei meccanismi di innesco dopo decenni rendono questi oggetti delle autentiche trappole, il cui maneggio richiede competenze tecniche altamente specializzate. La tentazione di recuperarli per conservarli come cimeli, o talvolta nella speranza di un guadagno dal mercato clandestino dei reperti, si scontra troppo spesso con una sottovalutazione del rischio, trasformando una passione in una condanna senza appello.

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