Crans-Montana, il conto salato della burocrazia svizzera arriva a casa dei feriti
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Redazione Interno
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Non erano bastate le fiamme del “Constellation” a devastare i corpi di quei ragazzi, né le settimane di agonia nei reparti di rianimazione a mettere a dura prova il cuore dei loro genitori. Per le famiglie delle vittime italiane del rogo di Capodanno – una strage che ancora pesa sulla coscienza collettiva – l’ennesima beffa è arrivata per posta, sotto forma di parcelle ospedaliere da capogiro. A distanza di mesi dal tragico incendio che sconvolse la stazione sciistica, l’ospedale di Sion, nel Canton Vallese, ha infatti notificato a tre nuclei familiari fatture che oscillano tra i 17mila e i 66mila euro, chiedendo il pagamento delle cure prestate ai giovani nei giorni immediatamente successivi alla tragedia.
La cifra più impressionante riguarda i familiari di Manfredi Marcucci, il sedicenne romano rimasto gravemente ferito insieme ad altri diciotto connazionali. Per lui il conto presentato ammonta a settantacinquemila euro, un importo astronomico che corrisponde a sole quindici ore di ricovero in terapia intensiva prima del trasferimento d’urgenza all’ospedale Niguarda di Milano. Una cifra spropositata, se si considera la breve permanenza nella struttura elvetica, e che ha gettato nello sconforto chi sta ancora lottando per la riabilitazione dei propri cari. Analoghe comunicazioni, sebbene di importo minore, sarebbero state recapitate anche alla famiglia di Eleonora Palmieri, la giovane veterinaria riminese, e ad altri parenti delle vittime.
«Un gesto inopportuno»: la difesa delle famiglie e l’intervento dell’ambasciata
Secondo l’avvocato Domenico Radice, che assiste legalmente alcune delle parti offese, l’invio di questi documenti rappresenta una scelta quantomeno inappropriata. Il legale ha sottolineato come, alla luce delle presunte responsabilità pubbliche emerse finora dalle indagini, le spese sanitarie dovrebbero essere interamente a carico delle autorità svizzere, rendendo così del tutto superfluo l’invio di richieste di pagamento alle famiglie. E la diplomazia italiana, dal canto suo, non ha perso tempo. L’ambasciatore Gian Lorenzo Cornado è intervenuto prontamente per placare gli animi, volando a Berna per chiedere chiarimenti ufficiali. La sua posizione, trasmessa ai cittadini italiani, è stata netta: le famiglie non devono versare un solo franco.
L’ambasciatore, incontrando i giornalisti, ha ribadito il concetto con una chiarezza che non ammette fraintendimenti: «Le autorità cantonali hanno sempre dichiarato che nulla è dovuto dalle famiglie italiane e che le spese di cura sono a carico delle istituzioni locali». Tuttavia, per fugare ogni dubbio e prevenire ulteriori incomprensioni burocratiche, Cornado ha fissato un incontro risolutivo con il presidente del governo del Vallese, Mathias Reynhard, calendarizzato per il prossimo 24 aprile. Un vertice che servirà a chiarire una volta per tutte l’esatta ripartizione degli oneri economici.
La burocrazia elvetica fa paura: cartelle cliniche introvabili e conti salati
Ciò che alimenta la rabbia dei genitori, al di là delle cifre esorbitanti, è il silenzio assordante su un altro fronte fondamentale: quello delle cartelle cliniche. Mentre le fatture arrivano puntuali a casa (si parla anche di 17mila franchi per dodici ore di degenza per altre vittime), i documenti sanitari dettagliati – necessari per le cure post-ricovero in Italia e per gli eventuali risarcimenti – restano un miraggio. Le famiglie si trovano così esposte a una doppia ingiustizia: da un lato la pretesa di pagare conti salatissimi, dall’altro l’impossibilità di accedere alla documentazione clinica dei propri figli, bloccata in un labirinto amministrativo.
Questa disparità di trattamento, ovvero la rapidità nell’emettere richieste di pagamento contrapposta alla lentezza nel fornire i referti medici, ha esasperato gli animi. La voce di Cristina Ferretti, madre di Eleonora, trasmette tutto il disagio di chi si sente preso in giro da un sistema che chiede soldi senza fornire i giustificativi del servizio reso. E se da un lato le autorità cantonali hanno tentato una timida retromarcia, spiegando tramite portavoce che si sarebbe trattato di un “errore materiale” o di semplici “comunicazioni informative” dovute a questioni di bilancio interno, dall’altro la paura di dover saldare queste cifre resta viva.
La questione del rimborso Ssn e il silenzio sulla sicurezza
Seppure l’ambasciata garantisca che i diretti interessati non dovranno sborsare denaro, rimane sul tavolo un nodo spinoso che riguarda le casse dello Stato italiano. L’ambasciatore Cornado ha infatti acceso un faro su un ulteriore potenziale esborso: «Rimane il nodo del rimborso – ha spiegato – che potrebbe essere richiesto al Servizio sanitario nazionale da parte di quello svizzero». Un meccanismo tecnico che, se attivato, finirebbe per far ricadere il peso delle cure sulle spalle della collettività italiana, sollevando più di una perplessità nei familiari delle vittime. La loro posizione, espressa attraverso i legali, è irremovibile: «Lo Stato italiano non deve rimetterci un centesimo».
Questo nuovo capitolo di tensione diplomatica si inserisce in un contesto giudiziario già di per sé esplosivo. Le indagini della procura del Vallese, infatti, hanno allargato il cerchio delle responsabilità, coinvolgendo non solo i gestori del locale ma anche funzionari pubblici e amministratori locali. Le carenze nei controlli antincendio, le mancate ispezioni e le presunte irregolarità nelle autorizzazioni edilizie rappresentano il vero fulcro di un'inchiesta che cerca di fare luce su come una tragedia di tali proporzioni sia potuta accadere.




