Disagio psichico a Milano, tremila ricoveri all'anno: il sistema tra emergenze e percorsi incompiuti

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Il giorno dopo l’aggressione in piazza Gae Aulenti, dove una 43enne è stata accoltellata senza un motivo apparente da un uomo, un fatto di cronaca che ha scosso la città, Mauro Percudani aiuta a riflettere su un fenomeno che va ben oltre i singoli, pur tragici, episodi. “Lo dicono la ricerca scientifica, i rapporti dell’Organizzazione mondiale della sanità: crescono i bisogni legati alla salute mentale”, una constatazione che si scontra, però, con una realtà operativa spesso carente. A Milano, infatti, si contano circa tremila ricoveri all’anno per disturbi psichici, un dato significativo che vede tra i più colpiti gli over 65 e gli adolescenti, mentre “nelle strutture i posti sono pochi”, un’ammissione che delinea un’emergenza silenziosa e strutturale.

Il caso emblematico e il "buco nero" del sistema

La storia di Vincenzo Lanni, l’autore del gesto in piazza Gae Aulenti a cui in passato era stato diagnosticato un disturbo schizoide della personalità, rappresenta un esempio lampante di un percorso di cura e di giustizia interrotto. Carlo Fraticelli, psichiatra e direttore del Dipartimento Salute mentale e dipendenze dell’Asst lariana, osserva come gli anni di carcere, di recupero, di accompagnamento e assistenza a Lanni sembrano non essere serviti a nulla. “È evidente che in questo caso sia andata male. Bisogna andare a fondo della storia e capire perché”, afferma Fraticelli, sottolineando una frattura nel sistema. Un sistema in cui, come egli stesso nota, “in reparto spesso si fa un mix tra autori di reati, minori e malati”, una commistione che non sempre favorisce un trattamento efficace e specifico.

La questione delle Rems e la "terza via" evocata

Proprio la vicenda di Lanni, che dopo anni trascorsi tra carcere e le Residenze per l’Esecuzione delle Misure di Sicurezza (Rems) ha ri-commesso lo stesso crimine per cui era stato inizialmente arrestato, getta una luce cruda sul cosiddetto “buco nero” del sistema. Dallo scorso dicembre, infatti, l’uomo non era più considerato "socialmente pericoloso", una valutazione che spetta al magistrato il quale, “assieme ai sanitari, indica qual è la strada più indicata da seguire”. Questo “rimpallo” tra servizi sanitari e giudiziari evidenzia una coperta sempre troppo corta. Di fronte a queste criticità, il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi ha evocato una «terza via», un nuovo approccio che si ponga tra l’abolizione dei manicomi e l’attuale gestione dei casi psichiatrici, soprattutto quando coinvolgono soggetti pericolosi che, in assenza di strutture adeguate, possono sfuggire ai controlli.

La sfida tra bisogni crescenti e risorse insufficienti

Il tema, dunque, ritorna prepotentemente d’attualità, mostrando i suoi contorni più drammatici non solo nelle piazze finanziarie ma, molto più frequentemente, tra le mura domestiche, dove il disagio spesso cova in silenzio. La crescita dei bisogni legati alla salute mentale, ampiamente documentata, si scontra con una disponibilità di posti nelle strutture specialistiche che appare del tutto inadeguata a farvi fronte. Questo divario, questo spazio vuoto tra diagnosi, percorsi di reinserimento e controllo a lungo termine, costituisce la sfida principale per un sistema che fatica a trovare un equilibrio tra terapia, sicurezza e reinserimento sociale, lasciando che storie personali, a volte, prendano una piega tragica.

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