David Bowie, a dieci anni dalla scomparsa: un tatuaggio d'amore, una casa museo e una ricerca spirituale

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Redazione Cultura e Spettacolo Redazione Cultura e Spettacolo   -   Sono trascorsi esattamente dieci anni da quando, l'11 gennaio 2016, il mondo scoprì di aver perso David Bowie, dopo che l’artista aveva reso noto il suo addio soltanto due giorni dopo l’ultimo compleanno. Quel lutto, che colpì milioni di persone, per chi gli fu più vicino assume contorni differenti, intimi e resistenti al passare del tempo. La moglie Iman, supermodella e attrice, ha voluto marcare questo decennale con un gesto di permanente dedizione, condividendo un video che mostra un nuovo tatuaggio dedicato al marito. Lo ha accompagnato con una didascalia che, più che una dichiarazione, suona come un’epigrafe privata: “10 gennaio. Il dolore non è svanito… ha lasciato al suo posto un segno permanente, fatto d’amore”. Una scelta che trasforma il ricordo in traccia indelebile sulla pelle, suggellando un legame che va ben oltre la scomparsa fisica.

Oltre il mito: la ricerca spirituale di un artista in perpetua evoluzione

Quella dimensione interiore, spesso enigmatica e in costante movimento che fu di Bowie, è al centro di un nuovo saggio in uscita. Il volume, intitolato “David Bowie and the Search for Life, Death and God” e firmato dal giornalista Peter Ormerod, indaga infatti un aspetto meno celebrato ma fondamentale della parabola dell’artista: la sua inquieta e mai sopita ricerca spirituale. Attraverso un meticoloso lavoro, il libro ripercorre le tappe di un cammino che toccò dottrine e pensieri differenti, dal buddismo al cristianesimo, dalla kabbalah a certe forme di occultismo, senza mai approdare a una definitiva sistemazione. Una ricerca, questa, che procedeva di pari passo con la sua evoluzione musicale e di personaggio pubblico, ricordandoci come Bowie non fosse nato “icona” ma lo sia diventato attraverso un percorso di continua sperimentazione, anche interiore.

I luoghi della memoria: da Londra un progetto per il futuro

Se la memoria privata si custodisce nel cuore, o sulla pelle, quella collettiva ha bisogno di spazi concreti per tramandarsi. È in questa direzione che va l’iniziativa annunciata a Londra, dove la casa d’infanzia di Bowie a Bromley è destinata a diventare un hub creativo per le giovani generazioni. L’edificio, una tipica abitazione a due piani del sud della capitale, fu la dimora dell’allora David Jones dalla fanciullezza fino ai vent’anni, un periodo formativo cruciale. Acquisita dalla Heritage of London Trust, la proprietà sarà restaurata e riaperta al pubblico, proponendosi non come un semplice museo statico ma come un laboratorio vivo, in grado di ispirare nuovi talenti. Un modo, questo, per onorare l’eredità di Bowie guardando al futuro, proprio come lui ha sempre fatto.

I gesti semplici che smuovono il cuore

Accanto ai progetti culturali e alle riflessioni accademiche, permangono i frammenti di una normalità perduta che toccano nel profondo. Come la fotografìa condivisa pochi giorni fa da Lexi Jones, la figlia che Bowie ebbe con Iman, nel giorno di quello che sarebbe stato il suo compleanno. Poche parole, un “Buon compleanno papà. Mi manchi”, hanno il potere di abbassare per un attimo la statura del mito, riportando tutto alla dimensione universale e struggente del rapporto tra un padre e una figlia. Sono questi scarni ricordi, lontani da ogni retorica, a ricordarci la sostanza umana che sta sotto l’immenso lascito artistico, e che forse ne è stata la linfa più vera.

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