Il campo largo a Salerno affonda prima di salpare, tra il muro del M5s e il passo incerto del Pd
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Redazione Interno
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L'ipotesi, fino a ieri solo un brusio nei corridoi politici, ha assunto la concretezza di un progetto con le dimissioni del sindaco di Salerno, un atto che ha spalancato di colpo la corsa per Palazzo di Città e gettato nello scompiglio il fronte che si vorrebbe progressista. Il ritorno in campo di Vincenzo De Luca, che punta a riconquistare la poltrona di primo cittadino, si è rivelato infatti un vero e proprio terremoto, le cui scosse hanno immediatamente fatto vacillare le fondamenta di quel "campo largo" teorizzato dopo il successo alle regionali. La sua mossa, che molti considerano una dichiarazione di guerra preventiva a ogni mediazione, ha prodotto un effetto dirompente, creando una frattura che appare già difficile da sanare, poiché costringe gli alleati di un giorno a scelte nette e probabilmente definitive.
La reazione a caldo dei pentastellati: un secco rifiuto
A sigillare ogni possibile spazio di manovra è stata, senza mezzi termini, la risposta del Movimento 5 Stelle campano, il quale, attraverso il suo coordinatore regionale, ha opposto un netto diniego alla prospettiva di sostenere la candidatura dell'ex governatore. La richiesta di convocare tavoli di coalizione per le amministrative del 2026, avanzata sfruttando la retorica dell'esperienza positiva alle regionali, suona infatti come una formalità destinata a scontrarsi contro il muro della realtà salernitana, dove i rapporti personali sono sempre stati tesi, se non apertamente conflittuali. Quel "non ci stiamo", lapidario e arrivato a distanza di poche ore dalle dimissioni, delinea uno scenario cristallino, dove la possibilità di un accordo appare remota, quasi un'utopia, considerando anche gli strali che De Luca ha recentemente indirizzato a esponenti del governo sostenuto dagli stessi grillini.
Il Partito Democratico, spiazzato, cerca una via d'uscita
Mentre i pentastellati alzano barricate, il Partito Democratico naviga in acque ancora più agitate, mostrando tutta la sua imbarazzata perplessità di fronte a una mossa che, seppur in qualche modo prevista, è stata giocata con tempismo e modalità spiazzanti. La dirigenza nazionale, colta di sorpresa, è costretta a fare i conti con un dilemma di non facile soluzione: da un lato c'è il peso politico di De Luca, figura ingombrante ma di indubbio seguito in un territorio cruciale, dall'altro la necessità di non fare naufragare sul nascere l'alleatura con il M5s, considerata un baluardo contro la destra a livello nazionale. Il segretario regionale, pur dichiarandosi pronto al dialogo, marca dunque una pausa di riflessione, un tempo tecnico che serve a valutare conseguenze e opportunità, in un contesto dove ogni parola rischia di essere letto come un endorsement o, al contrario, come una dichiarazione di ostilità.
Il piano di De Luca e il vuoto di prospettiva
A rendere ancor più complessa la partita è la percezione che il disegno dell'ex governatore sia già tracciato nei dettagli, come lasciano intendere alcune ricostruzioni giornalistiche che parlano di una squadra di fedelissimi pronta a prendere posizione e di una serie di atti amministrativi, approvati nell'ultima giunta, volti a "blindare" la macchina comunale prima del passaggio di consegne. Questa apparente marcia spedita verso la candidatura, che non lascia spazio a consultazioni o a una costruzione condivisa della corsa, finisce per alimentare il risentimento degli alleati potenziali, i quali si vedono relegati al ruolo di semplici spettatori di un copione già scritto. Il risultato è un paradosso politico: l'idea di un campo largo, nata per unire le forze in vista di una sfida elettorale, si dissolve ancor prima di essere discussa seriamente, minata alla base dall'iniziativa personale di un leader che, di fatto, impone la propria agenda a un intero schieramento.




