A Roma sfilano in centomila contro il riarmo, ma il Pd è diviso e assente

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Mentre il sole batteva sui sampietrini della capitale, decine di migliaia di persone hanno riempito le strade di Roma per protestare contro quella che definiscono "la deriva militarista dell’Europa". Il corteo, partito da piazza Vittorio nel primo pomeriggio, ha sfilato tra bandiere palestinesi e slogan contro la Nato, raggiungendo infine i Fori Imperiali, dove alcuni manifestanti – in un gesto plateale – hanno dato alle fiamme le effigi di Donald Trump, ora presidente degli Stati Uniti, e i vessilli di Israele. «Siamo oltre centomila», hanno rivendicato gli organizzatori, tra cui spiccavano sigle come Potere al Popolo, Usb e il movimento studentesco palestinese.

L’evento, nato per opporsi al piano di riarmo europeo promosso da Ursula von der Leyen, ha visto una partecipazione trasversale, sebbene non priva di contraddizioni. Se da un lato, infatti, la piazza ha accolto famiglie, sindacalisti e attivisti pacifisti – alcuni dei quali hanno steso lenzuoli bianchi davanti al Colosseo in memoria delle vittime di Gaza – dall’altro non sono mancati episodi di tensione, con cori duri contro l’Ue, definita «imperialista», e l’invocazione dell’uscita dell’Italia dalla Nato.

Assente ingombrante, Elly Schlein. Il Partito Democratico, diviso al suo interno, ha scelto di non aderire ufficialmente alla manifestazione, lasciando che singoli esponenti vi partecipassero in ordine sparso. Una frattura che Giuseppe Conte, intervenuto alla protesta, ha commentato con una battuta secca: «Ogni partito fa la sua sintesi interna». Il leader del Movimento 5 Stelle, pur evitando toni radicali, ha ribadito la necessità di «una politica estera meno subalterna», senza però spingersi a chiedere la rottura con l’Alleanza Atlantica.

La giornata, che pure ha mantenuto un carattere prevalentemente pacifico, è stata segnata da alcuni gesti simbolici forti. Oltre ai roghi di bandiere, è circolato ampio uso di retorica anti-israeliana, con cori che equiparavano Tel Aviv al regime nazista. Dinamiche che, se da un lato hanno infiammato gli animi dei partecipanti, dall’altro rischiano di offrire il fianco a critiche facili, soprattutto quando la protesta scivola nella distruzione di simboli anziché limitarsi alla denuncia politica.

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