Maria Franca Ferrero, il silenzio della signora di Alba si spegne sulle colline delle Langhe
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Redazione Interno
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Si è spenta alle cinque e trenta di questa mattina, giovedì 12 febbraio, nella sua abitazione di località Altavilla, quella casa ad Alba dalla quale non aveva mai voluto davvero allontanarsi, Maria Franca Fissolo in Ferrero. Aveva ottantasette anni ed era, per statuto e per storia, presidente onorario a vita della holding Ferrero International, nomina arrivata all’unanimità appena lo scorso 19 dicembre, quasi fosse un ultimo, formale atto d’amore da parte di quell’azienda che lei, ragazza di Savigliano con una laurea in interpretariato e tre lingue in tasca, aveva varcato per la prima volta nel 1961 come traduttrice. Non era semplicemente la vedova di Michele Ferrero, l’uomo che della nocciola ha fatto un impero; era, e i fatti lo testimoniano senza retorica, il diaframma più sottile tra la multinazionale con sede legale in Lussemburgo e quel Comune, quella provincia di Cuneo, quelle Langhe da cui tutto era partito nel 1946. Chi l’ha conosciuta — e se ne contano decine di migliaia tra dipendenti attuali, ex operai della Fondazione a lei intitolata e semplici albesi — la chiamava “la signora”, senza bisogno di aggiungere altro, riconoscendole una sovranità discreta fatta di presenza e non di apparizione.
La sua biografia si intreccia con la materia stessa del cioccolato, eppure non ne ha mai replicato i toni squillanti delle campagne pubblicitarie. Dopo gli studi classici e la scuola per interpreti di Milano, venne assunta in una fabbrica che stava per esplodere come fenomeno globale; qui incontrò Michele, quindici anni più di lei, e nel 1962 lo sposò. Da quell’unione nacquero Pietro e Giovanni, il primo scomparso prematuramente nel 2011 in Sudafrica per un malore — una perdita che lei stessa definì, nella rarissima intervista concessa a Mario Calabresi nell’aprile del 2024, “disumana”, unico momento in cui la riservatezza ha lasciato intravedere una crepa —, e il secondo oggi alla guida del gruppo. I riflettori non li ha mai cercati; quando Enzo Biagi avrebbe voluto intervistare suo marito, Michele declinò, e lei quella lezione di invisibilità la fece propria per tutta l’esistenza, preferendo alle passerelle il lavoro silente della Fondazione Ferrero, ente che dal 1983 assiste gli ex dipendenti con decenni di servizio e promuove iniziative culturali nelle terre del tartufo. Del resto, il gesto più autentico del suo mecenatismo privato è stato il restauro dell’asilo infantile di Levaldigi, il paese della sua infanzia, inaugurato di persona nel dicembre 2016 con una compostezza che non concedeva nulla all’ostentazione.
L’incontro in fabbrica e il corteggiamento respinto: la nascita di una dinastia
Quando la giovane interprete venne chiamata a sostituire la traduttrice ufficiale in un incontro per l’acquisto di cacao con delegazioni africane e londinesi, non poteva sapere che la sua padronanza di inglese, francese e tedesco le avrebbe cambiato la vita. Michele Ferrero, alla fine della riunione, le si rivolse con un sobrio “È andata bene, complimenti”, e da lì iniziò un corteggiamento che lei respinse più volte, quasi a voler testare la solidità di quell’interesse. Alla domanda se avrebbe regalato una scatola di cioccolatini a un fidanzato, rispose piccata di non essere una divoratrice di dolci e di non avere alcun fidanzato; lui rise, e quella schiettezza disadorna lo convinse più di qualsiasi compiacenza. Accettò di uscire solo quando l’invito divenne esplicito, una cena a Pino Torinese, e da lì la storia accelerò: una casa vista dalla finestra del ristorante, comprata da lui un mese dopo, il matrimonio sette mesi più tardi. Dovettero abbandonare quella dimora quando il generale Dalla Chiesa li informò che le Brigate Rosse avevano pedinato Michele per mesi; lei e i figli ripararono a Bruxelles, lui si nascose nelle Langhe per non abbandonare l’azienda, eppure quella lontananza forzata non scalfì un rapporto che, nelle sue parole, era fatto di “entusiasmo, successi, dolori e fatiche” condivisi, sorretto da un dialogare incessante.
L’intuizione del nome e la firma sugli ovetti: il contributo silenzioso
La leggenda aziendale attribuisce a Michele l’invenzione della Nutella, ma pochi sanno che la scena decisiva si consumò a Francoforte, con lui che passeggiava avanti e indietro sul lungofiume insieme al collaboratore Severino Chiesa. Tornò dopo due ore e sentenziò: “Nutella”. Lei, che lo aspettava in albergo insieme alla suocera Piera, chiese interdetta cosa significasse quella parola; lui rispose che sarebbe stato il nome del prodotto destinato a correre nel mondo. Non si oppose, non suggerì varianti, accolse quella folgorazione con la stessa discrezione con cui, anni dopo, avrebbe messo la sua firma per sbloccare l’ordine dei macchinari per gli ovetti Kinder: tutti in azienda pensarono che Ferrero fosse “diventato matto”, e solo la sua controfirma — e la sua successiva conferma telefonica — permise di avviare la produzione di quella che sarebbe diventata “Pasqua tutti i giorni”. Il marito, del resto, non faceva mistero del suo debito intellettuale: pubblicamente, in più occasioni, dichiarò che se aveva potuto lavorare e realizzare tanto, lo doveva alla moglie.
Il cordoglio del Quirinale e il legame con la terra
Il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ha espresso partecipazione al lutto con un messaggio che evita accuratamente gli agiografi smi e si concentra sulla sostanza del percorso imprenditoriale: “Scompare con lei una delle esperienze più significative dell’imprenditoria italiana, affermatasi nel campo agro-alimentare”. Ha parlato, Mattarella, di “visione internazionale” e “radicamento profondo nel territorio”, di “vocazione sociale dell’impresa” e di “iniziative avviate dalla Fondazione Ferrero” capaci di unire dimensione economica e civile. Parole che descrivono esattamente il lascito di una donna che, pur non avendo mai ricoperto ruoli operativi nella produzione, ha interpretato la funzione di presidente onorario come una magistratura morale. A Levaldigi, dove aveva finanziato il recupero dell’asilo, la ricordano ancora china al banco della scuola materna durante l’inaugurazione; ad Alba, i dipendenti — quelli che ogni anno ricevono premi di produzione che lo scorso esercizio hanno raggiunto cifre considerevoli — la identificavano semplicemente come colei che “sa parlare senza bisogno di parole”. Lascia il figlio Giovanni, le nuore Paola e Luisa, cinque nipoti. La data delle esequie non è stata ancora resa nota, e tutto lascia credere che saranno celebrate nella più rigorosa discrezione, così com’era il suo carattere e così, del resto, è sempre stato lo stile della famiglia che ha insegnato al mondo a spalmare la felicità su una fetta di pane.




