New York a ferro e fuoco dopo il titolo Nba, vetrine infrante e accoltellamenti a Manhattan

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Redazione Sport Redazione Sport   -   La città che non dormiva mai, quella notte, ha davvero rischiato di non svegliarsi più. Il tripudio per la vittoria del titolo Nba, un agognato anello che mancava dal lontano 1973, si è trasformato in pochi minuti in una guerriglia urbana che ha costretto le forze dell’ordine a schierare reparti in tenuta antisommossa per le strade di Manhattan.

Al termine di gara 5, che ha visto i Knicks trionfare sugli Spurs in Texas per 94-90, i quartieri di Midtown e Times Square sono diventati il teatro di una devastazione sistematica: vetrine in frantumi, cinque scuolabus dati alle fiamme (gli stessi utilizzati per i tifosi dei mondiali di calcio) e auto della polizia ridotte a relitti sotto i colpi di mazze improvvisate e salti di folle in delirio.

Notte di guerriglia: accoltellamenti e spari in mezzo alla folla

Ciò che era iniziato come una liberazione collettiva, con abbracci e clacson suonati a festa, è degenerato quando il tasso alcolico e l'adrenalina hanno preso il sopravvio. Secondo quanto riferito dalle autorità, il bilancio della polizia di New York parla di oltre 63 arresti, dieci agenti rimasti feriti (qualcuno preso a pugni in faccia, un altro colpito da una bottiglia di vetro) e almeno quattro accoltellamenti distinti registrati in diverse zone della città.

Il momento più critico è stato raggiunto intorno alle due di notte, quando un colpo di arma da fuoco è esploso all'incrocio tra la 43esima strada e Broadway: un ragazzo di 17 anni è stato colpito a un piede, e solo la pronta risposta di un'auto della polizia, l'unica in grado di farsi largo tra la calca, ha evitato conseguenze ben più gravi. Gli investigatori, che hanno subito circondato la zona, hanno tratto in arresto tre persone sospettate di essere legate all’accaduto, recuperando l’arma utilizzata.

L'impresa di Brunson e il “double” storico dei Knicks

Mentre la polizia cercava di riprendere il controllo delle strade, a migliaia di chilometri di distanza, Jalen Brunson – lui sì – agiva con la lucidità di un vero leader. È suo, senza ombra di dubbio, il merito di aver riportato l’anello nella Grande Mela. Considerato troppo basso (192 cm per la precisione) e lasciato andare via da Dallas con su la pesante etichetta di “giocatore di contorno”, Brunson ha invece chiuso le serie finali con una media stratosferica di 32.6 punti a partita, firmando una gara 5 da 45 punti che lo candida all’Olimpo del basket.

E come se non bastasse, i Knicks hanno realizzato un'impresa che nessuna franchigia era riuscita a centrare prima d'ora: la conquista del doblete, ovvero la Nba Cup vinta a dicembre e ora il titolo, spazzando via l’amaro ricordo della finale persa nel lontano 1999 sempre contro gli Spurs.

I “fratelli” di Villanova e il peso delle seconde generazioni

A circondare Brunson nel momento dell’apoteosi c’erano i suoi “compari di college”. L’intesa perfetta con Josh Hart e Mikal Bridges, tutti e tre cresciuti insieme ai tempi di Villanova, ha dato al quintetto quella marcia in più che spesso manca alle squadre costruite solo con i soldi. E poi c’è il romanzo familiare che lega il presente al passato: Jalen ha giocato queste finali con il padre Rick seduto in panchina come assistente allenatore, una rivincita personale per una dinastia che nel 1999 aveva dovuto inchinarsi proprio a San Antonio.

Figlio di un uomo che conobbe la "maledizione" dell’anello perduto, Brunson si è preso la sua rivincita nel momento più duro, segnando 15 punti decisivi nell’ultimo quarto di una partita che sembrava ormai segnata.

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