Maxi operazione dei Nas, 44 aziende sospese e 16 tonnellate di cibo sequestrate per il rischio epatite A

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Redazione Salute Redazione Salute   -   Il dispositivo messo in campo dal Comando Carabinieri per la Tutela della Salute, operando in stretta sinergia con il Ministero della Salute, ha recentemente prodotto un imponente bilancio ispettivo nella lotta alla diffusione dell’epatite A. Tra il 26 marzo e il 4 maggio scorsi, l’attività di controllo – che ha riguardato non solo i centri di spedizione dei molluschi e i relativi impianti di depurazione, ma anche pescherie, ristoranti, mercati rionali e persino rivendite di alimenti vegetali, con un focus particolare sul Centro-Sud Italia – ha portato alla sospensione di 44 aziende e al sequestro di oltre 16 tonnellate di derrate alimentari. Un provvedimento, questo, che si inserisce in un quadro di crescente attenzione verso le frodi alimentari, dove le infrazioni penali riscontrate riguardano prevalentemente il cattivo stato di conservazione dei prodotti e le violazioni delle norme sull’igiene.

Frodi e cattiva conservazione: il cuore delle violazioni penali

L’ispezione a tappeto, finalizzata a prevenire i rischi legati al consumo di cibo contaminato, ha evidenziato come molte delle irregolarità non fossero semplici negligenze amministrative, ma veri e propri illeciti penali. I militari, durante i blitz condotti nelle settimane scorse, si sono concentrati sull’igiene degli alimenti, scoprendo che una parte consistente della merce sequestrata – vale a dire le 16 tonnellate complessive – era conservata in modo talmente inadeguato da renderla potenzialmente letale per i consumatori. A ciò si aggiungono le frodi in commercio, un capitolo delicato che riguarda la tracciabilità dei prodotti ittici: in alcuni casi, come emerso dalle verifiche, non è escluso che partite di molluschi di dubbia provenienza, magari acquistate all’estero, siano state mescolate con quelle nostrane per essere immesse illegalmente sul mercato, aggirando i controlli sanitari.

Il fronte dell’inchiesta e le analisi sui molluschi

Parallelamente ai sigilli e alle multe, che complessivamente ammontano a 15 milioni di euro, è proseguita senza sosta l’attività investigativa volta a ricostruire le filiere sporche. A Napoli, dove il picco di contagi ha allarmato le autorità già nei mesi scorsi, la Procura aveva aperto un fascicolo proprio per fare luce sulla presunta vendita di frutti di mare contaminati. I carabinieri del Nas, delegati dalle procure, hanno sequestrato campioni di prodotto – tra cui cozze e vongole – inviandoli all’istituto zooprofilattico di Portici per le analisi di routine. L’obiettivo, al di là della semplice repressione, era quello di mappare i punti vendita a rischio e accertare eventuali responsabilità penali, soprattutto laddove emergano correlazioni dirette tra il consumo di determinati lotti e i ricoveri ospedalieri registrati in Campania e nel basso Lazio.

Prevenzione e controlli nella ristorazione e nei mercati

L’operazione non si è limitata ai grandi centri di distribuzione, ma ha colpito anche la ristorazione etnica e i mercati rionali, dove spesso la filiera del fresco risulta più opaca. I controlli, partiti dopo l’aumento esponenziale dei casi di epatite A e dei ricoveri (si ricordi l’allarme scattato a marzo a Napoli e provincia), hanno portato alla sospensione immediata dell’attività per 44 titolari di esercizi commerciali. In diversi casi, come accaduto durante alcuni blitz specifici, le sanzioni sono scattate non solo per la mancanza di documenti, ma per lo stato di conservazione scandaloso della merce: prodotti ortofrutticoli esposti al traffico veicolare o privi di qualsiasi etichettatura, ittico conservato in celle frigorifere non idonee o, peggio, stoccato in locali senza i minimi requisiti igienico-sanitari. Le 16 tonnellate di cibo rimosse dalle tavole rappresentano, in questo contesto, un duro colpo per le economie illegali che tentano di speculare sulla salute pubblica.

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