Pesce crudo, quando può esserci il rischio epatite? L'immunologo: «Ecco come può avvenire il contagio»

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Redazione Salute Redazione Salute   -   Il ricovero del neuroscienziato Brandon Matteo Ascenzi, trentenne di Anagni biologo e prossimo alla laurea in Medicina, attualmente in cura all’Istituto Spallanzani di Roma per una epatite acuta contratta, stando alla sua ricostruzione, dopo una cena a base di sushi in un ristorante tra la provincia di Roma e la Ciociaria, ha riaperto il dibattito pubblico sui reali pericoli legati al consumo di pesce crudo. La vicenda, che il giovane ha documentato sui social e raccontato alla stampa locale partendo da un malore inizialmente scambiato per una comune influenza, ha visto le sue condizioni aggravarsi fino a un ricovero d’urgenza, con valori delle transaminasi schizzati a 3500, a fronte di un range di normalità compreso tra 20 e 40 -4-8. Un quadro clinico di tale gravità, come spiegano gli infettivologi, impone una riflessione che vada oltre la semplice associazione con la ben nota parassitosi da anisakis, chiamando in causa scenari patogenetici più complessi e, per certi versi, insidiosi.

A fornire una chiave di lettura tecnica sulla vicenda è intervenuto Mauro Minelli, immunologo e docente di Nutrizione umana alla Lum, il quale ha sottolineato come un insulto epatico di questa portata non possa essere ricondotto frettolosamente a una banale reazione gastroenterica. La presenza di un picco enzimatico così elevato orienta infatti gli specialisti verso tre distinte direzioni diagnostiche, ciascuna delle quali implica una diversa modalità di contaminazione o reazione dell’organismo all’ingestione di prodotti ittici non adeguatamente trattati. Non si tratta, quindi, di demonizzare una tradizione culinaria ormai globalmente diffusa e amata da milioni di italiani, quanto piuttosto di comprendere i meccanismi subdoli attraverso i quali un pasto consumato con spensieratezza possa trasformarsi in una seria minaccia per la salute pubblica, richiedendo accertamenti mirati da parte degli uffici d’igiene delle Asl competenti, già al lavoro per ricostruire l’esatta dinamica dei fatti e la filiera del locale coinvolto.

Virus e parassiti: i tre scenari delineati dall'immunologo

La prima ipotesi, e forse la più immediata da verificare secondo i canoni della medicina preventiva, è quella di una infezione virale a trasmissione oro-fecale, nello specifico riconducibile ai virus dell’Epatite A o E. In questo scenario, come chiarito da Minelli, il pesce, che sia tonno, salmone o branzino, non rappresenta la sorgente biologica naturale del virus, bensì un semplice veicolo. La contaminazione, infatti, avviene a valle del processo di cattura: il patogeno può annidarsi in acque di stoccaggio inquinate oppure, evenienza più frequente, essere trasferito al prodotto durante le fasi di manipolazione in cucina, dove pratiche igieniche approssimative possono innescare il contagio. Diversamente da quanto avviene per i parassiti, dove il pesce funge da ospite, per i virus è sufficiente un contatto accidentale nella catena del freddo o durante la lavorazione per rendere il pasto potenzialmente pericoloso, rendendo vano ogni successivo abbattimento termico mirato esclusivamente alla componente parassitaria.

Esiste poi una seconda possibilità, certamente più rara ma non per questo trascurabile in presenza di sintomatologie epatiche così aggressive, ed è quella della cosiddetta forma ectopica dell’anisakis. La larva del parassita, dotata di un dente cuticolare perforante e capace di secernere enzimi litici, può in alcuni casi bucare la parete gastrica e migrare fino al fegato. Una volta giunta in questo organo, la reazione del sistema immunitario non si limita a una semplice infiammazione, ma innesca una risposta granulomatosa: di fronte all’incapacità di eliminare l’intruso, l’organismo lo “recinta” con un accumulo di cellule infiammatorie come eosinofili e macrofagi. Se le larve sono numerose o la reazione dell’ospite è particolarmente violenta, le lesioni erosive che ne conseguono possono giustificare quel rilascio massiccio di transaminasi nel sangue che ha portato al ricovero del giovane neuroscienziato.

La distinzione tra allergia e danno fisico

Il terzo scenario chiama in causa il sistema immunitario, ma in una chiave diversa dalla migrazione parassitaria. Si tratta della sensibilizzazione all’antigene noto come “Ani s 3”, una tropomiosina, ovvero una proteina strutturale che l’anisakis condivide, per un fenomeno di cross-reattività, con acari della polvere, crostacei e perfino scarafaggi. In un soggetto già sensibilizzato, l’ingestione di pesce contaminato, anche se correttamente abbattuto (poiché l’allergene è termoresistente), può scatenare reazioni anche gravi come orticaria o shock anafilattico. Tuttavia, gli esperti mettono in guardia da facili confusioni: l’allergia, di per sé, non spiega un innalzamento così drammatico delle transaminasi. Quel picco, spiega Minelli, è segno inequivocabile di un danno cellulare fisico, e non di una reazione istaminica. Dunque, se un paziente manifesta un’epatite con valori enzimatici esplosivi dopo una cena a base di sushi, le strade percorribili restano sostanzialmente due: o ha contratto un’infezione virale, oppure ha subìto una migrazione fisica del parassita con conseguente danno d’organo.

La vicenda che vede protagonista Brandon Matteo Ascenzi, in attesa degli esiti definitivi delle indagini sanitarie e di eventuali evoluzioni legali, diventa quindi un monito concreto sull’importanza della vigilanza lungo l’intera filiera alimentare. Il pesce, alimento nobile e prezioso per il suo apporto di omega-3, richiede una gestione che non può basarsi esclusivamente sull’abbattimento termico, ma deve estendersi al controllo delle acque e al rigore assoluto delle pratiche di manipolazione. Mentre per l’anisakis la prevenzione si affida al freddo, per i virus e per le contaminazioni crociate l’unica arma efficace resta quella di una cultura dell’igiene che parta dai banchi di lavorazione e arrivi fino alla tavola del consumatore, senza soluzione di continuità.

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