Pesce crudo, il rischio epatite dopo il caso del neuroscienziato Ascenzi: cosa può nascondersi dietro un piatto di sushi
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Redazione Salute
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La vicenda che ha portato al ricovero del trentenne neuroscienziato Brandon Matteo Ascenzi presso l’Istituto Nazionale per le Malattie Infettive Lazzaro Spallanzani di Roma ha riaperto, nei fatti, un capitolo spinoso legato alla sicurezza alimentare e, più nello specifico, al consumo di preparazioni ittiche crude. Il giovane biologo di Anagni, come egli stesso ha raccontato dai suoi canali social e dalle pagine dei quotidiani locali, si è ritrovato con un quadro clinico severo, caratterizzato da febbre altissima e un valore delle transaminasi arrivato a toccare quota 3500, un dato, quest'ultimo, che supera di gran lunga la norma e che indica un attacco epatico di proporzioni notevoli -5-2. L'ipotesi che quel malore, manifestatosi circa una settimana dopo una cena a base di sushi in un ristorante della provincia romana, possa essere ricondotto a quanto ingerito, ha acceso i riflettori su meccanismi di contagio che vanno oltre la più nota e temuta anisakiasi.
Un quesito diagnostico che supera la narrazione classica
A commentare la complessità del quadro clinico è intervenuto Mauro Minelli, immunologo e docente di Nutrizione umana, il quale ha sottolineato come un valore enzimatico così esplosivo non sia il reperto tipico di una semplice parassitosi intestinale, ma configuri piuttosto un insulto al fegato di tipo massivo. Se il consumo di pesce crudo richiama immediatamente alla mente il timore del parassita Anisakis, in questo caso specifico, come spiega l'esperto, il livello di transaminasi registrato indirizza l'analisi verso almeno tre scenari distinti. Il primo, e forse il più probabile, è quello di un’infezione virale a trasmissione oro-fecale, nello specifico il virus dell'epatite A o, in alcuni casi, dell'epatite E. Il pesce, in questo contesto, non è la fonte biologica del virus, ma ne diventa il veicolo passivo: la contaminazione, come chiarisce Minelli, può avvenire a valle della pesca, magari attraverso acque di stoccaggio non perfettamente pulite o, più frequentemente, a causa di manipolazioni scorrette durante la preparazione in cucina, dove norme igieniche non impeccabili possono trasferire il patogeno dalle mani del personale agli alimenti.
Quando il parassita diventa migrante e l'allergia si fa danno
Esiste però una seconda possibilità, più rara ma ugualmente contemplabile, che riporta in causa l'Anisakis, seppur in una forma definita "ectopica". Il parassita, dotato di un dente cuticolare perforante, potrebbe non limitarsi a infestare il tratto gastrointestinale, ma riuscire a bucare la parete dello stomaco e migrare fino al fegato. In quel caso, come spiega l'immunologo, non si verificherebbe una semplice lesione locale, ma una reazione infiammatoria granulomatosa: il sistema immunitario, incapace di eliminare l'intruso, lo isolerebbe con un "muro" di cellule, e se le larve fossero multiple o la risposta dell'ospite particolarmente violenta, le lesioni erosive potrebbero causare quel rilascio massiccio di transaminasi che è stato riscontrato nel giovane neuroscienziato. A ciò si aggiunge un terzo scenario, di natura squisitamente immuno-allergica, legato alla sensibilizzazione verso l'antigene Ani s 3, una tropomiosina che il parassita condivide per cross-reattività con acari e crostacei. In soggetti già sensibilizzati, questa proteina, termoresistente e quindi non eliminabile nemmeno dall'abbattimento, può scatenare reazioni anche gravi, sebbene il picco enzimatico resti un indicatore più affine a un danno cellulare fisico che a una reazione di tipo istaminico.
Il nodo della preparazione e l'obbligo di abbattimento
Al di là delle ipotesi cliniche, il caso solleva un nodo cruciale riguardante le procedure di trattamento del pesce destinato al consumo crudo, un obbligo sancito dalla normativa europea che impone, per chi somministra questi prodotti, un preventivo abbattimento termico a temperature inferiori ai -20°C per un periodo di almeno 24 ore, una pratica, quest'ultima, necessaria a neutralizzare le larve di Anisakis ma non i virus, che richiedono invece una prevenzione di tipo igienico-ambientale. Se il parassita, come visto, si combatte con il freddo dell'abbattitore, il virus si contrasta con il rigore dei processi di manipolazione e con la salubrità delle acque, specialmente quando si ha a che fare con organismi filtranti come molluschi e crostacei che, per loro natura, trattengono e concentrano quanto di nocivo è presente nell'ambiente in cui vivono. Gli uffici di igiene della Asl competente hanno già avviato accertamenti sul locale indicato dal trentenne, raccogliendo informazioni per verificare se vi siano altre segnalazioni simili e, soprattutto, per appurare se le procedure obbligatorie per legge siano state effettivamente rispettate.




