Il pontefice e il grido del Sahel: «Preoccupazione» per gli attacchi, poi l’appello alla compassione che «rischia di scomparire»
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Redazione Esteri
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L’eco degli attentati che insanguinano il Sahal, in particolare Ciad e Mali, è arrivata ieri fino a piazza San Pietro. Al termine del Regina Caeli, Papa Leone XIV ha usato parole nette – «Ho appreso con preoccupazione le notizie sull’aumento delle violenze nella Regione del Sahel» – per riaccendere i riflettori su una crisi che, nonostante la distanza geografica, interroga direttamente la coscienza collettiva. Il pontefice, assicurando «la mia preghiera per le vittime e la vicinanza a quanti soffrono», ha voluto così spezzare quel silenzio che troppo spesso avvolge le stragi dimenticate, laddove i terrorismi di matrice diversa colpiscono popolazioni già provate da povertà e instabilità. Un ringraziamento, nel corso della stessa udienza, è andato alle Canarie per l’accoglienza riservata alla nave Hondius, un gesto – quello spagnolo – che il Papa ha letto come segno concreto di quella fraternità da lui ripetutamente invocata.
Il dialogo interreligioso come argine all’indifferenza
Proprio mentre le notizie dagli attacchi in Ciad e in Mali facevano il giro del mondo, in Vaticano si snodava una giornata intensamente dedicata all’incontro fra fedi. Da un lato l’udienza del pontefice ai partecipanti al Colloquio promosso dal Dicastero per il Dialogo Interreligioso insieme al Royal Institute for Inter-Faith Studies; dall’altro il Messaggio del medesimo Dicastero ai buddisti in occasione della Festa di Vesak 2026. Due eventi, distinti ma complementari, che restituiscono la strategia di fondo di questo pontificato: la pace, se mai potrà attecchire, passerà attraverso un’empatia coltivata tra credenti di religioni diverse, senza la quale ogni trattativa rimarrebbe un involucro vuoto. Nel farlo, Leone XIV ha ripreso e fatto suo l’ammonimento che fu di Papa Francesco, quello secondo cui «ci siamo abituati alla sofferenza degli altri».
Compassione e tecnologia, il paradosso dell’iperconnessione
A scandire ulteriormente il messaggio è stata una riflessione – pronunciata a margine degli stessi eventi – su un rischio sottile ma devastante. «Purtroppo, oggi la compassione e l’empatia rischiano di scomparire», ha detto il Papa, aggiungendo che i progressi tecnologici, pur rendendoci «più connessi che mai», possono al contempo generare indifferenza. Il flusso incessante di immagini e video che ritraggono disgrazie, lutti e violenze – ecco il paradosso – rischia di indurire i cuori anziché scuoterli. Un meccanismo perverso, questo, che la tradizione musulmana chiama *ra’fa* (termine che indica la compassione come dono divino) e che quella cristiana fa risalire alle parole del Signore a Mosè: «Ho osservato la miseria del mio popolo… ho udito il suo grido». Senza quella capacità di ascolto autentico, ogni proclama di pace resterebbe sterile proclama.
Dalle parole ai fatti, la posta in gioco nel Sahel e oltre
L’intreccio fra i due piani – la cronaca nera degli attacchi terroristici e il respiro più lungo del dialogo tra fedi – è ciò che rende l’intervento del pontefice meno astratto di quanto potrebbe sembrare. Incoraggiando «ogni sforzo per la pace e lo sviluppo in quell’amata terra» (il riferimento è sempre al Sahel), Leone XIV non si è limitato a un generico auspicio: ha legato la sorte delle vittime in Ciad e Mali alla capacità dell’intera umanità di non voltarsi dall’altra parte. Un pensiero, infine, è volato «a tutte le mamme», quasi a ricordare che la matrice più profonda della compassione – quella che resiste all’indurimento prodotto dai video virali – resta anzitutto un fatto ordinario, quotidiano, legato alla cura e alla prossimità. Il pontefice, insomma, ha provato a ribaltare la prospettiva: non chiedere più attenzione per l’ennesimo massacro, ma denunciare l’anestesia globale che rende possibile guardare senza vedere.




