L’export italiano vola a 643 miliardi, tra dazi Usa e record dell’agroalimentare
Articolo Precedente
Articolo Successivo
Redazione Economia
-
Il commercio estero italiano archivia il 2025 con numeri che pochi, all’inizio dell’anno, si sarebbero sentiti di pronosticare. I dati diffusi dall’Istat a inizio 2026 – e che il presidente dell’Ice, Matteo Zoppas, ha avuto modo di commentare sottolineando come il risultato sia “particolarmente significativo” nel confronto con le principali economie europee – raccontano di un export che ha raggiunto i 643 miliardi di euro, segnando un incremento del 3,3% rispetto al 2024 -9. Un risultato che, al netto delle tensioni geopolitiche e di un riallineamento delle catene globali del valore che continua a ridefinire gli equilibri commerciali, ha portato il surplus della bilancia commerciale a superare i 50,7 miliardi, in miglioramento rispetto ai 48,2 dell’anno precedente -1-4. Il mese di dicembre, in particolare, ha mostrato un’accelerazione con una crescita tendenziale del 4,9% che ha contribuito in maniera sostanziale a consolidare la performance complessiva -8.
La farmaceutica guida la corsa, bene metalli e mezzi di trasporto
A trainare questa crescita non è stata però soltanto la tradizionale manifattura del belpaese, ma un mix di settori in cui spicca, in modo netto, il contributo dell’industria farmaceutica. I medicinali e gli articoli chimico-medicinali hanno fatto registrare un balzo del 28,5%, un dato che da solo ha fornito un contributo determinante all’incremento complessivo delle esportazioni -4-9. A questo si sono affiancati i metalli di base e i prodotti in metallo, cresciuti del 9,8%, e i mezzi di trasporto, esclusi gli autoveicoli, con un +11,6% che testimonia la vitalità di comparti spesso considerati maturi ma che sanno ancora ritagliarsi spazi rilevanti sui mercati internazionali -4.
Non è mancata, e non poteva essere altrimenti, la spinta del comparto alimentare e delle bevande, che ha chiuso l’anno con un incremento del 4,3% -4. Un risultato che, secondo le elaborazioni della Coldiretti, assume i contorni di un vero e proprio record storico: l’agroalimentare Made in Italy ha infatti superato la soglia dei 73 miliardi di euro di export, confermandosi un asset strategico per l’economia nazionale e simbolo di qualità riconosciuto oltre confine -7. Il vino, in testa alla classifica dei prodotti più venduti, insieme a pasta, formaggi e ortofrutta trasformata, continua a rappresentare l’avanguardia di un sistema che punta tutto sulla distintività e sulla reputazione, nonostante le barriere tariffarie incontrate su alcuni mercati.
Stati Uniti e mercati Ue trainano, ma la Cina frena
L’analisi geografica delle vendite italiane all’estero offre uno spaccato interessante delle dinamiche in atto. Sul fronte extra-Ue, gli Stati Uniti si confermano un partner di primaria importanza: le esportazioni verso il mercato americano sono cresciute del 7,2%, un dato che assume un rilievo particolare considerando il contesto di guerra commerciale e l’introduzione di dazi voluti dall’amministrazione Trump -1-4. Se è vero che il saldo commerciale con gli Usa, pur ampiamente positivo, si è ridotto di quasi 4,7 miliardi scendendo a 34,2 miliardi, la tenuta e anzi l’aumento del valore esportato dimostrano una capacità di presidio del mercato che non passa inosservata -1-4. Il senatore di Fratelli d’Italia, Matteo Gelmetti, ha colto l’occasione per sottolineare come queste cifre smentiscano “le previsioni catastrofiche della sinistra”, evidenziando la crescita del 7,2% verso gli Usa a fronte di un aumento globale del 3,3%.
All’interno dei confini europei, la performance è stata trainata da un +4,2% verso i partner Ue, con picchi notevoli in Spagna, dove l’export è schizzato del 10,6%, in Francia con un +5,3% e in Germania, che resta il principale mercato di sbocco per i nostri prodotti, con una crescita del 2,3% -1-4. Non sono mancate, però, le ombre. La Turchia, dopo il forte incremento del 2024, ha visto crollare gli acquisti dall’Italia del 23,1%, e in misura minore, ma comunque significativa, si è ridotto l’export verso la Cina, con una flessione del 6,6% che meriterà attente valutazioni nelle strategie future -1-4.
Il peso dei dazi e la sfida della diversificazione
Il contesto in cui questi record sono maturati rimane tuttavia complesso. L’ombra dei dazi, in particolare quelli statunitensi che hanno colpito l’export europeo con aliquote al 15% in alcuni settori, ha reso necessario uno sforzo aggiuntivo da parte delle imprese -7. La Coldiretti ha rilevato come, dopo un primo trimestre 2025 in forte crescita per l’agroalimentare, l’applicazione delle tariffe abbia rallentato la corsa, con flessioni preoccupanti per prodotti simbolo come l’olio extravergine d’oliva -3. Eppure, la capacità di reazione del sistema Italia è stata evidente, anche grazie a una diversificazione che ha visto aumentare le vendite verso la Svizzera, cresciute del 16,3%, e verso i paesi Opec, con un +11% -1-4.
Il ministro degli Esteri, Antonio Tajani, ha ribadito la necessità di continuare su questa strada, puntando con decisione sui mercati emergenti come l’India e l’America Latina, forti anche degli accordi commerciali siglati dall’Unione Europea -1. Una strategia che dovrà coinvolgere tutto il Sistema Paese, con Ice, Simest, Sace e Cdp chiamate a sostenere le imprese, soprattutto quelle piccole e medie, nell’accesso a nuovi orizzonti commerciali. Il 2025 ha dimostrato che il Made in Italy, forte dei suoi 643 miliardi di export e di un surplus commerciale in crescita, può reggere l’urto delle tempeste globali, ma la rotta va tracciata con cura, sfruttando ogni opportunità e proteggendo le filiere più esposte.




