L’Italia sorpassa il Giappone nell’export, ma è la farmaceutica a trainare il carro: Urso esulta, i numeri parlano di un sorpasso storico.

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Redazione Economia Redazione Economia   -   Il ministro delle Imprese e del Made in Italy, Adolfo Urso, può legittimamente esultare, e lo fa con i numeri alla mano, certificando un risultato che definire significativo è persino riduttivo, considerato il contesto globale segnato da tensioni commerciali e dazi. I dati definitivi sul commercio estero relativi al 2025, elaborati dall’Istat e ora pienamente consolidati, consegnano all’Italia una posizione inedita nella classifica mondiale delle nazioni esportatrici: il quarto posto assoluto. Siamo davanti al Giappone. Un sorpasso che assume i contorni della pietra miliare, se si pensa che solo un decennio fa l’Italia occupava l’ottava posizione, e che appena lo scorso anno aveva già superato la Corea del Sud. La scalata è stata costante e ha subito un’accelerazione proprio nell’ultimo anno, il 2025, che il ministro non esita a definire l’anno della “tempesta perfetta” per la globalizzazione, quello in cui il sistema Italia ha dimostrato la sua maggiore competitività e resilienza, smentendo sul campo i catastrofisti e i profeti di sventura che avevano previsto un tracollo. L’export è volato, reggendo l’urto delle politiche protezionistiche statunitensi volute dal presidente Donald Trump e di un quadro geopolitico europeo quanto mai complesso, dimostrando una solidità strutturale che in pochi avrebbero scommesso.

Eppure, come spesso accade quando si scava sotto la superficie luccicante dei comunicati stampa trionfali – anche quelli del ministro, che pure arrivano da Fratelli d’Italia e dalla Camera con dichiarazioni di circostanza che esaltano la forza del Sistema Italia – la fotografia complessiva presenta dettagli e proporzioni che meritano una lettura più sfumata e analitica, lontana da ogni facile trionfalismo. La crescita dell’export, che pure c’è stata e ha permesso il sorpasso sul Giappone, è infatti una crescita moderata se guardata nell’insieme, ma soprattutto è una crescita dalla fisionomia peculiare e per certi versi inedita. Il vero traino, il motore che ha letteralmente spinto il carico dell’export italiano oltre la linea d’arrivo giapponese, non è stato il cuore tradizionale del Made in Italy – la meccanica, la moda, l’arredamento – ma un settore specifico, ad alto valore aggiunto e in forte espansione globale: la farmaceutica. A dare la spinta decisiva, in particolare, sono state le produzioni dello stabilimento Eli Lilly di Sesto Fiorentino, dove vengono realizzati farmaci innovativi come quelli anti-diabete e anti-obesità, venduti in milioni di confezioni dal valore unitario di centinaia di euro ciascuna. Un’industria, quella farmaceutica, che ha visto le vendite estere della provincia di Firenze balzare a cifre da capogiro, più che raddoppiando in un anno e arrivando a pesare per quasi un quarto sull’export nazionale di settore, una potenza statistica in grado da sola di spostare gli equilibri dell’intera bilancia commerciale nazionale.

L’exploit di Firenze e la tenuta dei distretti, tra nuovi mercati e dazi americani

Il risultato complessivo, dunque, poggia su una base produttiva disomogenea, dove la spinta poderosissima del distretto farmaceutico fiorentino ha compensato le sofferenze di altri comparti, in particolare quelli più esposti ai dazi. Lo stabilimento di Sesto Fiorentino, con i suoi oltre millecinquecento addetti e una crescita organica del trentacinque per cento in cinque anni, è diventato il simbolo di questa trasformazione, producendo molecole come la tirzepatide per i marchi Mounjaro e Zepbound, e indirizzando le esportazioni soprattutto verso Stati Uniti, Francia e Spagna, tre Paesi che da soli hanno assorbito oltre cinque miliardi di export nei primi sei mesi dell’anno. Si tratta di una performance straordinaria, che ha proiettato Firenze al vertice dei distretti farmaceutici nazionali, scavalcando realtà storicamente più blasonate come quella di Latina, e dimostrando come l’alta tecnologia e gli investimenti in ricerca e sviluppo possano generare un impatto macroeconomico decisivo.

Mentre la farmaceutica correva, il resto del tessuto produttivo, fatto di piccole e medie imprese agili e reattive, quelle che gli economisti francesi hanno definito “multinazionali tascabili”, ha reagito alla sfida dei dazi diversificando gli sbocchi commerciali e conquistando quote di mercato in aree geografiche nuove o tradizionalmente considerate secondarie. L’export verso i Paesi dell’OPEC, la Svizzera, la Spagna e il Medio Oriente ha registrato incrementi a doppia cifra, segno di una capacità di adattamento e di una penetrazione commerciale che nulla ha da invidiare ai competitor storici. Persino l’agroalimentare, nonostante un calo delle vendite negli Stati Uniti valutabile intorno al cinque per cento a causa dei dazi, ha chiuso l’anno con un valore complessivo record di quasi settantatré miliardi di euro, grazie a un aumento del cinque per cento trainato da mercati come Germania e Francia, che hanno scavalcato gli stessi USA come destinazione privilegiata per il cibo tricolore. Il sorpasso sul Giappone, insomma, è la risultante di una somma algebrica complessa: da un lato la potenza di fuoco di pochi grandi player farmaceutici, dall’altro la resilienza e la capacità di riorientamento di migliaia di PMI che hanno saputo dribblare gli ostacoli e cercare nuovi orizzonti, dimostrando che il Made in Italy, nei suoi diversi volti, sa ancora stupire.

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