Marano, agguato di camorra in pieno giorno: ucciso Castrese Palumbo, il cognato del boss Nuvoletta
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Redazione Interno
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Il rumore secco dei colpi d’arma da fuoco, e sono stati almeno dodici a quanto lasciano intendere i bossoli recuperati dagli investigatori, ha squarciato la coltre di una normale mattinata a Marano, trasformando corso Europa e via Svizzera – arterie centrali del comune a nord di Napoli – nel teatro di un'esecuzione che non lascia spazio a dubbi sulla sua natura mirata. Era poco dopo le undici di ieri, venerdì 7 marzo, quando due individui a bordo di una motocicletta, con il volto coperto da caschi integrali, si sono affiancati a una Toyota Yaris e hanno fatto fuoco all'indirizzo del conducente, per poi darsi alla fuga tra il traffico e lo sgomento dei numerosi testimoni presenti in strada in quella fascia oraria.
All'interno dell'abitacolo, i carabinieri della compagnia locale, giunti immediatamente sul posto a seguito delle segnalazioni, hanno rinvenuto il senza vita di Castrese Palumbo, 79 anni (per alcune fonti 80), figura storica e di spicco della criminalità organizzata dell'area flegrea. Per l'uomo, conosciuto negli ambienti malavitosi con l’appellativo di "Svitapierno", non c'è stato nulla da fare: una pioggia di proiettili calibro 9 lo ha raggiunto alla testa, cagionandogli la morte pressoché istantanea mentre era seduto al posto di guida. Il suo nome, del resto, era ben noto agli inquirenti non solo per il vincolo di parentela che lo legava – in qualità di cognato – al defunto boss storico Angelo Nuvoletta, ma anche per un curriculum giudiziario che affondava le radici indietro negli anni.
Una storia criminale, la sua, costellata da precedenti per ricettazione, detenzione abusiva di armi e traffico di stupefacenti, che gli erano valsi condanne significative – tra cui una a tredici anni di reclusione agli inizi degli anni Duemila – e provvedimenti patrimoniali da parte della Direzione investigativa antimafia, che nel 2009 gli sequestrò terreni e immobili, alcuni dei quali in zona Posillipo e caratterizzati da sistemi di videosorveglianza e strutture abusive. Una figura, quella di Palumbo, che negli equilibri criminali maranesi rappresentava una sorta di memoria storica del clan Nuvoletta, uno dei sodalizi camorristici più radicati sul territorio.
La dinamica dell'agguato, fulminea e spietata, porta la firma di professionisti: i killer, verosimilmente due, hanno agito con decisione, esplodendo i colpi a bruciapelo prima di dileguarsi. Gli investigatori dell'Arma, coordinati dalla Procura di Napoli Nord, hanno immediatamente transennato l'area per consentire alla scientifica di effettuare i rilievi del caso, concentrandosi in particolare sull'analisi dei bossoli e sul ritrovamento di eventuali tracce che possano ricondurre agli esecutori materiali o al loro mezzo di fuga. Fondamentale, in questo frangente, sarà la visione delle immagini catturate dalle telecamere di sorveglianza presenti nella zona, unico strumento che potrebbe aver immortalato il volto o la targa della moto utilizzata dal commando.
Il ritorno della lupara e una scia di sangue che riaffiora
L'omicidio di Castrese Palumbo riporta alla ribalta una certa continuità nell'azione violenta della camorra sul territorio di Marano, dove in passato si erano già verificati episodi di cronaca nera riconducibili a dinamiche familiari e malavitose. Un passato, quello recente, che ha visto la stessa famiglia Palumbo al centro del dolore: nel 2010, infatti, il figlio Giuseppe si tolse la vita nel carcere di Sollicciano, dove si trovava rinchiuso per alcuni raid punitivi commissionati, secondo gli inquirenti, proprio dal padre. Un legame, quello tra la vittima e il figlio scomparso, che aveva reso Palumbo un uomo già segnato dal destino.
Più recentemente, il nome di Castrese Palumbo era riemerso nelle cronache locali per una vicenda del tutto diversa ma altrettanto cruenta, che lo vedeva coinvolto suo malgrado come zio del protagonista: nell’autunno del 2024, suo nipote Aurelio Taglialatela, allora diciannovenne, venne arrestato con l'accusa di omicidio volontario per aver investito e ucciso un coetaneo, Corrado Finale, al culmine di una lite scaturita da una relazione sentimentale contrastata. Un episodio che, sebbene estraneo alla figura del Palumbo, contribuisce a tratteggiare il contesto di un territorio in cui la violenza, a volte, diviene metodo di risoluzione dei conflitti.
Resta ora da capire, e sarà compito degli inquirenti nei prossimi giorni, se l'esecuzione di ieri rappresenti un episodio legato a vecchie ruggini mai sopite all'interno del panorama criminale o se, invece, si inserisca in nuove dinamiche di riorganizzazione del potere sul territorio. L'attenzione degli inquirenti è massima e non si esclude che, a stretto giro, possano emergere elementi utili a stringere il cerchio attorno agli autori materiali e al mandante di questo omicidio che ha riportato, in una mattina qualunque, il fragore della lupara per le strade di Marano.




