G20 finanze, c'è l'accordo a 19 sullo Stretto di Hormuz. La Cina dice no e blocca il comunicato finale
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Redazione Esteri
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Si chiude con una spaccatura netta il vertice dei ministri delle finanze del G20 ospitato negli Stati Uniti ad Asheville. Diciannove membri su venti hanno trovato un'intesa sulla necessità di garantire una navigazione "libera, sicura e prevedibile" attraverso lo Stretto di Hormuz, un passaggio nevralgico per il trasporto mondiale del petrolio, ma l'opposizione della Cina ha impedito l'approvazione consensuale del documento finale, costringendo la presidenza americana di turno a diffondere una dichiarazione separata.
La posizione degli Stati Uniti e il pressing su Pechino
Il segretario al Tesoro americano Scott Bessent ha annunciato in conferenza stampa che la dichiarazione è stata approvata con diciannove voti favorevoli, con la sola eccezione della Cina, sottolineando con una certa enfasi che "i giorni in cui ci si accontentava di una crescita mediocre sono finiti".
La frase, chiaramente indirizzata a Pechino, fotografa il clima di tensione che ha caratterizzato i due giorni di riunione nella città della Carolina del Nord, dove i rappresentanti delle principali economie mondiali si sono confrontati su scenari economici globali sempre più frammentati e minacciati da conflitti e instabilità. La posizione cinese, che ha contestato in particolare quattro paragrafi della bozza, ha di fatto vanificato il lavoro di mediazione portato avanti dagli organizzatori americani, i quali avevano lavorato per settimane al testo sperando di ottenere un'adesione unanime.
Le contestazioni di Pechino e il nodo Hormuz
Secondo quanto emerso dalle ricostruzioni della stampa internazionale, la delegazione cinese ha puntato il dito contro alcuni passaggi ritenuti troppo sbilanciati sugli interessi occidentali, con un'attenzione particolare al punto che richiamava esplicitamente la necessità di una navigazione sicura e prevedibile nello Stretto di Hormuz, un'area fondamentale per l'approvvigionamento energetico globale e teatro di crescenti tensioni con l'Iran.
Al di là delle contestazioni formali, la mossa di Pechino riflette una strategia più ampia di contrapposizione alle linee guida promosse da Washington, in un momento in cui le rotte commerciali e la sicurezza marittima sono diventate un terreno di scontro geopolitico sempre più aspro.
I ministri del G20, esclusa la Cina, hanno invece ribadito nel comunicato diffuso dagli Stati Uniti che la libertà, la sicurezza e la prevedibilità della navigazione nello Stretto di Hormuz e in tutto il mondo, unitamente alla risoluzione delle guerre e dei conflitti in corso, sono condizioni essenziali per garantire una crescita sostenibile, un passaggio che per la maggioranza dei membri rappresenta un principio non negoziabile.
Un vertice segnato dalle divisioni globali
L'esito del vertice di Asheville conferma le difficoltà del G20 di trovare posizioni comuni su temi caldi come la sicurezza delle rotte commerciali e la gestione dei conflitti, con il blocco cinese che si configura come un ostacolo sempre più frequente al raggiungimento di intese multilaterali.
Il fatto che diciannove Paesi, compresi gli alleati storici degli Stati Uniti e nazioni emergenti come India e Brasile, abbiano invece sottoscritto la dichiarazione americana evidenzia un allineamento di fondo sulla necessità di proteggere il traffico marittimo nel Golfo Persico, ma la mancanza di un documento condiviso da tutti i membri ridimensiona la portata politica del messaggio finale, indebolendo la capacità del G20 di parlare con una voce unica su questioni di sicurezza internazionale.
La presidenza americana ha comunque incassato il sostegno della stragrande maggioranza dei partecipanti, anche se la spaccatura con Pechino rimane profonda e destinata probabilmente a riverberarsi nelle prossime sessioni di lavoro dei ministri delle finanze e dei governatori delle banche centrali, in un quadro economico mondiale già fortemente provato dalle tensioni inflazionistiche e dagli equilibri incerti del commercio globale.
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