Il sangue di san Gennaro si scioglie e il cardinale Battaglia: "Non possiamo fingere di non vedere i conflitti"
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Redazione Interno
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Le campane del Duomo di Napoli hanno smesso di suonare pochi minuti prima delle diciassette, lasciando spazio a un silenzio denso, quasi tangibile, che solo la superstizione popolare – o la fede, a seconda del punto di vista – sa riempire di significati. Alle 17:03 puntuali, un lungo applauso ha squarciato quell’attesa: il sangue di san Gennaro, custodito nella celebre ampolla, si è nuovamente liquefatto. Il tradizionale sventolio del fazzoletto bianco dal sagrato ha confermato il prodigio, rassicurando le migliaia di fedeli che fin dalle prime ore del pomeriggio avevano affollato via Duomo e il piazzale antistante, dentro e fuori la cattedrale. Subito dopo, come vuole la consuetudine, è partita la processione con le reliquie del patrono, il suo busto argenteo e quelle dei compatroni, diretta verso la basilica di Santa Chiara.
Un miracolo osservato tra sacro e cronaca
L’evento, che i napoletani chiamano affettuosamente il “miracolo di maggio”, si è ripetuto dunque anche quest’anno, restituendo alla città un rituale antico quanto discusso. Nessuna analisi scientifica, in queste circostanze, riesce a scalfire la forza di un segno che il popolo attende con trepidazione: il sangue che si scioglie è letto come un presagio favorevole, una sorta di benedizione collettiva. Eppure, in quella stessa domenica di folla e devozione, la voce del cardinale Domenico Battaglia, arcivescovo di Napoli, ha scelto di ancorare il prodigio a un orizzonte ben più terreno e doloroso. Non una semplice celebrazione, insomma, ma un richiamo preciso a non rifugiarsi nell’apparenza del rito.
Il cardinale: “Gennaro non un santino, ma un uomo che ha sofferto”
Nell’omelia per le celebrazioni, Battaglia ha avvertito: “Guardiamo il mondo e non possiamo fingere di non vedere il grido che sale dal Medio Oriente, dal Golfo, dalle ferite aperte dell’Ucraina, dai conflitti dimenticati che non fanno notizia ma continuano a divorare vite, sogni e futuro”. Una frase, quest’ultima, che scardina ogni tentazione di isolare Napoli in una bolla di folklore religioso. Il porporato ha poi aggiunto un passaggio ancora più intimo, quasi disarmante nella sua concretezza: “Oggi portiamo con noi le reliquie dei santi – e guai a pensarle come frammenti di passato: sono schegge di Vangelo vissuto, ferite luminose, vite che gridano ancora”. Tra quelle vite, ha sottolineato, c’è quella del martire Gennaro, “non un santino da esibire ma un uomo vero, che ha tremato, che ha sofferto, che ha attraversato la violenza senza lasciarsi contagiare dall’odio, un uomo che avrebbe potuto salvarsi e invece ha scelto di restare fedele all’amore”.
Folla, processione e il peso di uno sguardo sul presente
Mentre il busto d’argento avanzava tra le strade addobbate a festa, trascinandosi dietro un fiume di persone, c’era quindi un contrappunto netto: quello tra l’esultanza per il sangue sciolto e l’invito a non distogliere lo sguardo dalle guerre in corso. Le migliaia di fedeli, radunate fin dal primo pomeriggio, hanno accolto l’annuncio del fazzoletto bianco con un applauso che ha coinvolto anche l’esterno della cattedrale, un’onda lunga che si è persa tra i vicoli e le piazze. Nessuna tensione, nessuna crepa nel rito: la processione si è snodata regolare, accompagnata dai canti e dalla consueta partecipazione popolare. Eppure, nelle parole del cardinale, restava impressa l’idea che lo stesso miracolo – per chi crede – non possa essere ridotto a un automatismo celeste, ma debba interrogare chi lo osserva. “Non possiamo far finta di non vedere”, ha ripetuto Battaglia, e mentre il sangue di san Gennaro tornava liquido nella sua teca, il richiamo ai conflitti “dimenticati” e a quelli che bruciano sotto i riflettori è sembrato il vero contraltare laico di una devozione millenaria.




