Ex Ilva, il governo stanzia fondi ma la paura dello spezzatino è concreta
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Redazione Interno
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Oltre 120 milioni di euro, destinati per la gran parte alla Cassa integrazione e alla formazione, rappresentano la più recente boccata d'ossigeno che il governo ha concesso all'ex Ilva, un colosso industriale la cui agonia, protratta per anni, continua a sollevare interrogativi cruciali sul futuro di migliaia di lavoratori e sull'assetto produttivo nazionale. Sebbene il ministro delle Imprese Adolfo Urso abbia accolto, almeno formalmente, la richiesta dei sindacati di riconsiderare la decisione iniziale di convocare un tavolo separato il 28 novembre esclusivamente per gli stabilimenti del Nord, la soluzione adottata, che unifica la data ma separa gli orari degli incontri, non placa gli animi e anzi alimenta il sospetto di una strategia volta a frammentare il gruppo. La percezione, diffusa tra le rappresentanze dei lavoratori, è che si vada delineando un percorso che condurrebbe a uno spezzatino dell'azienda, con i siti settentrionali di Genova, Novi Ligure e Racconigi da una parte e il polo siderurgico di Taranto dall'altra, una prospettiva che getta un'ombra lunga sull'intero comparto.
I sindacati: "Non è un piano di rilancio, ma di chiusura"
La posizione delle organizzazioni sindacali rimane fermamente critica nonostante l'immissione di nuove risorse. Rocco Palombella, segretario della Uilm, pur riconoscendo lo sblocco di 108 milioni per la gestione degli impianti fino a fine febbraio, ha sottolineato con decisione come la situazione economica e finanziaria dell'ex Ilva sia ormai al collasso. "Il piano di cui si parla", ha affermato Palombella, "non è un piano di rilancio, ma di chiusura, a partire dal primo". Questa valutazione severa traccia una linea netta tra le misure tampone, che garantiscono una semplice continuità operativa a breve termine, e la necessità di un progetto industriale credibile e di lungo periodo, che al momento sembra del tutto assente dal dibattito, lasciando i dipendenti in una condizione di profonda incertezza.
Il governo procede con il decreto, ma la nebbia sulla gara resta
Mentre i sindacati denunciavano la rottura del tavolo negoziale, l'esecutivo ha proseguito senza tentennamenti sulla sua strada, approvando in Consiglio dei ministri un provvedimento dedicato. Il decreto, oltre a indirizzare fondi per la formazione di 1.500 lavoratori per un periodo di sessanta giorni, autorizza Acciaierie d'Italia in amministrazione straordinaria a impiegare i 108 milioni residui di un precedente finanziamento ponte, risorse che dovranno coprire le esigenze fino al mese di febbraio. È in quel frangente, stando alle dichiarazioni ufficiali, che è attesa la conclusione della procedura di gara per il futuro assetto dell'azienda; su questo passaggio cruciale, tuttavia, la nebbia resta fittissima, senza che siano trapelati elementi chiari sui potenziali investitori o sulla reale fattibilità dell'operazione, un silenzio che accresce le preoccupazioni.
La richiesta a Giorgia Meloni: "Si assuma la responsabilità"
Per i segretari generali di Fiom Cgil, Fim Cisl e Uilm, Michele De Palma, Ferdinando Uliano e Rocco Palombella, la questione trascende la mera dotazione finanziaria e investe direttamente le scelte di politica industriale. Il cosiddetto "piano di chiusura", come ormai viene definito, rappresenta l'ostacolo principale al ritorno a un confronto costruttivo. La richiesta che avanzano è perentoria e si rivolge alla massima carica dell'esecutivo: la presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, deve assumersi la responsabilità di ritirare quel piano e di riconvocare un tavolo di trattativa con le parti sociali a Palazzo Chigi. Una richiesta che evidenzia il livello dello scontro e la ricerca di un diretto coinvolgimento della leadership politica in una vicenda dall'altissimo impatto sociale ed economico.




