Lagarde e il monito da New York: siamo mercanti di fiducia, l’ordine mondiale è a rischio
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Redazione Economia
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L’ordine globale è in frantumi. Christine Lagarde, presidente della Banca centrale europea, ha scelto il palcoscenico della Columbia Law School di New York per lanciare un avvertimento che risuona come una scossa elettrica nelle cancellerie e nei mercati finanziari. Ricevendo il Wolfgang Friedmann Memorial Award 2026, la numero uno di Francoforte ha tracciato un parallelo inedito tra stabilità monetaria e diritto internazionale, definendo i central banker e gli avvocati “mercanti di fiducia”. Ed è proprio quella fiducia, ha spiegato, il bene che oggi si sta esaurendo negli ingranaggi delle relazioni tra Stati. Il bersaglio implicito, seppur mai nominato direttamente nel discorso formale, è la deriva impressa dall’amministrazione Trump, il cui approccio unilaterale sta ridisegnando — o, per meglio dire, decostruendo — le architetture multilaterali costruite nel secondo dopoguerra. Lagarde non usa giri di parole: il cosiddetto nuovo ordine mondiale, quello vagheggiato da alcune frange del sovranismo economico, non è affatto nuovo, bensì un preoccupante ritorno a vecchi modelli di coercizione e mercantilismo. Un sistema, questo sì, che la maggior parte dei Paesi non ha scelto e che, lungi dall'essere un ordine, rappresenta semmai la sua negazione, l'assenza di regole condivise -1-3.
Il cuore dell'analisi di Lagarde poggia su una ricostruzione storica precisa e volutamente controcorrente. L’ordine internazionale uscito dalle macerie della Seconda guerra mondiale, e prima ancora dai movimenti di indipendenza tra Settecento e Ottocento, non fu mai, a suo dire, una semplice imposizione dei vincitori sui vinti. Venne co-costruito, parola quest’ultima che ama ripetere, da paesi grandi e piccoli, dalle nazioni del movimento dei non allineati emerso dalla conferenza di Bandung del 1955 fino alle economie in via di sviluppo che reclamarono sovranità sulle proprie risorse. Il consenso attorno a quell'impalcatura, fatta di Nazioni Unite, Bretton Woods e WTO, non è franato perché le idee fondanti fossero sbagliate — ha argomentato la presidente — ma perché le regole, semplicemente, non si sono evolute al passo di un mondo in trasformazione. È qui che si innesta la critica più sottile e insieme più feroce: quando il garante principale del sistema, gli Stati Uniti, ha iniziato a dubitare che quelle norme stessero ancora lavorando a suo favore, l'intera costruzione ha cominciato a traballare. E una volta che chi fa da pilastro dubita della solidità della casa, quest'ultima è inevitabilmente in pericolo -3-7.
Il richiamo al Gattopardo e la riforma necessaria del WTO
Di fronte a questo scenario, Lagarde estrae dal cilindro una citazione colta, quasi ironica, attingendo al celebre romanzo di Giuseppe Tomasi di Lampedusa. "Se vogliamo che tutto rimanga com'è, bisogna che tutto cambi", ha dichiarato, adattando la massima del Gattopardo alla politica internazionale. Non si tratta, ha chiarito, di trasformismo fine a se stesso, ma di un riformismo onesto e ambizioso. L’obiettivo è preservare l’essenza cooperativa del sistema, aggiornandone però gli strumenti. Il banco di prova immediato, ha indicato, sarà la prossima riunione ministeriale del WTO in programma in Camerun tra il 26 e il 29 marzo. È lì che si gioca una partita decisiva: serve un’organizzazione mondiale del commercio capace di affrontare il nodo dell'equità, diventato ormai insostenibile. Lagarde ha portato un esempio concreto, osservando come sia sempre più anomalo che un colosso come la Cina possa richiedere esenzioni pensate decenni fa per paesi molto più poveri. Un WTO riformato, ha insistito, aiuterebbe a evitare che le controversie commerciali, magari nate da dazi unilaterali e ritorsioni incrociate, degenerino in conflitti ben più pericolosi. I numeri, del resto, parlano chiaro: il Fondo monetario internazionale stima che una grave frammentazione degli scambi potrebbe ridurre il Pil globale fino al 7 per cento, perdita che potrebbe arrivare al 12 per cento in caso di disaccoppiamento tecnologico. Un azzardo che nessuna economia, nemmeno quella americana, può permettersi -1-10.
L'interdipendenza forzata e l'ombra delle voci di dimissioni
La realtà dell'interdipendenza, ha proseguito Lagarde, è un dato strutturale con cui fare i conti. Quasi la metà degli scambi commerciali mondiali è ancora inserita in catene globali del valore vicine ai picchi storici, e le posizioni finanziarie cross-border restano su livelli elevatissimi. L’illusione dell’autonomia totale, per molti settori strategici, è destinata a rimanere tale. Lo dimostra un episodio recente citato dalla stessa presidente: il tentativo americano di imporre dazi massicci alla Cina è stato seguito, nel giro di poche settimane, da significative esenzioni, prova lampante che le maglie dell’interconnessione sono troppo fitte per essere recise con un colpo di forbice. Quando l’interdipendenza rimane ma la fiducia si erode, le azioni unilaterali innescano rappresaglie e si finisce intrappolati in un equilibrio che nessuno desidera. Ecco allora che l’unica via d’uscita, per Lagarde, è quella di ricostruire la fiducia proprio attraverso il riformismo, un percorso “più duro, ma più duraturo” rispetto alla deriva dello scontro tra potenze -1-3.
Nel mentre che delinea questa agenda globale, sullo sfondo si agitano voci insistenti che riguardano il suo futuro personale. Il mandato alla Bce scade nell’ottobre del 2027, ma da mesi circolano indiscrezioni su un suo possibile addio anticipato per motivi politici legati alla Francia. Chi la vorrebbe candidata alle presidenziali francesi o magari a capo del governo sotto la presidenza Macron, ipotesi che l’interessata smentisce ormai da oltre sei mesi. In un'intervista al Wall Street Journal, pur ribadendo che lo scenario di base è quello di completare il proprio incarico, non ha chiuso del tutto la porta, limitandosi a osservare che la priorità è consolidare quanto fatto finora. Una mancata smentita secca che alimenta le speculazioni, anche perché un suo ritiro anticipato consentirebbe agli attuali leader di Francia e Germania, paesi con elezioni previste nel 2027, di influenzare la scelta del successore, garantendosi forse un profilo più marcatamente europeista. Lei, intanto, glissa e continua a ragionare da presidente Bce, spronando la politica a fare la sua parte e a riformare il WTO -1-8.




