Conte attacca il decreto sicurezza: «Norma sugli avvocati obbliga a due reati, così mettete in imbarazzo Mattarella»
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Redazione Interno
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L’aria, a Montecitorio, si è fatta pesante, quasi irrespirabile, quando Giuseppe Conte ha preso la parola per annunciare il voto contrario del Movimento 5 stelle sulla fiducia al decreto sicurezza. Il leader pentastellato, che pure ha guidato il governo in un’altra epoca politica, ha scelto la strada dell’ironia tagliente per stroncare il provvedimento voluto dall’esecutivo Meloni: «Ci siete riusciti – ha detto rivolto alla maggioranza – con questa norma surreale ci avete stupito». Ma l’affondo più duro, quello che ha fatto tremare i banchi del governo, riguarda la delicatissima posizione in cui – a suo dire – verrebbero a trovarsi gli avvocati chiamati ad assistere i migranti nelle pratiche di rimpatrio. «State obbligando gli avvocati a commettere due reati», ha tuonato l’ex presidente del Consiglio, aggiungendo una notazione che suona come un avvertimento istituzionale: «Così mettete in imbarazzo anche Mattarella». Un richiamo al Capo dello Stato, insomma, che non è certo casuale, visto che il decreto – già firmato dal presidente della Repubblica quasi venti giorni dopo la sua approvazione in Consiglio dei ministri, avvenuta il 5 febbraio scorso – si trascina dietro un’autentica tempesta giuridica.
La norma che fa discutere: il compenso da 615 euro “ad avvenuto rimpatrio”
Al cuore della polemica, va detto, c’è un articolo specifico, il numero 33 del decreto, che prevede un contributo pari a 615 euro per gli avvocati che seguono le pratiche di rimpatrio volontario assistito dei migranti. La questione, però, non è tanto l’importo – pure ritenuto irrisorio da molti professionisti – quanto la condizione posta per erogarlo: il compenso viene riconosciuto «all’esito della partenza dello straniero». Tradotto: l’avvocato viene pagato solo se il migrante effettivamente lascia il territorio italiano. Ed è qui, spiega Conte, che si annida il paradosso penale. Da un lato, l’avvocato che segue la pratica senza che il rimpatrio vada a buon fine – e quindi senza percepire alcun compenso – si troverebbe tecnicamente a lavorare gratuitamente, violando (secondo il leader M5s) norme deontologiche e fiscali. Dall’altro, se il rimpatrio riesce e l’avvocato incassa i 615 euro, potrebbe configurarsi il reato di “promozione dell’immigrazione clandestina” o, in certi contesti, addirittura di favoreggiamento. «Nemmeno negli stati autocratici si arriva a tanto», ha scandito Conte, alzando il tono.
Il governo incassa la fiducia, ma annuncia un correttivo in corsa
Nonostante le bordate dell’opposizione, la fiducia al decreto sicurezza è passata alla Camera con 203 voti favorevoli, 117 contrari e 3 astenuti. Un risultato netto, che consente all’esecutivo di procedere spedito verso l’approvazione definitiva, attesa per venerdì mattina dopo l’esame dei 145 ordini del giorno presentati. Eppure, qualcosa nel meccanismo si è inceppato, tanto che la sottosegretaria alla presidenza del Consiglio, Matilde Siracusano, ha dovuto annunciare una mossa singolare: un decreto correttivo «contemporaneo» per modificare proprio la norma incriminata. Il nuovo testo, ha spiegato, allargherà la platea dei beneficiari dell’incentivo, includendo anche i mediatori culturali, e prevederà che il compenso venga elargito «anche se la pratica non va a buon fine». Un correttivo, questo, che di fatto ammette la falla originaria del provvedimento, senza però fermare l’iter parlamentare del decreto originale, destinato a scadere il 25 aprile.
Caos parlamentare e il silenzio del Colle: l’imbarazzo di Mattarella
Il riferimento al presidente della Repubblica, uscito dalla bocca di Conte, non è stato affatto occasionale. Nei giorni scorsi, infatti, era esploso un vero e proprio scontro governo-Colle proprio sulla norma dei compensi “ad avvenuto rimpatrio”, con i consigli dell’Avvocatura dello Stato che avevano sollevato più di un dubbio di legittimità. E se il Capo dello Stato ha comunque firmato il decreto, lo ha fatto dopo quasi venti giorni di attesa – un tempo insolitamente lungo – che molti hanno letto come un segnale di forte perplessità. Ora, con l’annuncio del correttivo in corsa, il paradosso giuridico diventa ancora più evidente: il governo chiede alla Camera di votare la fiducia su un testo che lo stesso esecutivo si prepara a modificare. I magistrati, dal canto loro, avevano già fatto sapere di osservare con attenzione la vicenda, mentre gli avvocati associati nelle camere penali hanno parlato di «norma inapplicabile» e di «trappola per professionisti». Venerdì, dopo il voto finale, la palla passerà di nuovo al Colle per la promulgazione della legge convertita. Ma il correttivo, a quel punto, dovrà seguire un iter separato. Un pasticcio legislativo, insomma, che rischia di lasciare molti avvocati in un limbo, tra l’obbligo di assistere i propri assistiti e il timore di incorrere in conseguenze penali.




