La Flotilla riparte da Creta con più attivisti, mentre i legali portano il caso dell’Italia alla Cedu per i due fermati sulla nave italiana
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Redazione Interno
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Mentre il mare intorno all’isola greca di Creta torna a essere il palcoscenico di una sfida alla navigazione nel Mediterraneo orientale, la Global Sumud Flotilla – la spedizione umanitaria che intende forzare il blocco navale imposto da Israele sulla Striscia di Gaza – ha annunciato ufficialmente la ripresa delle operazioni. In una conferenza stampa trasmessa in collegamento proprio dall’isola ellenica, e seguita da un presidio organizzato dalla delegazione italiana davanti alla Farnesina, gli attivisti hanno rotto il silenzio che aveva seguito l’intercettazione delle loro imbarcazioni. Lo hanno fatto con un messaggio chiaro: la missione non solo riparte, ma lo farà “con un numero ancora maggiore di partecipanti”. Secondo quanto riferito da Luca, uno dei membri della spedizione, le ore successive all’abbordaggio sono state utilizzate per riparare le navi danneggiate e per coordinare l’arrivo di nuovi compagni mobilitatisi da Grecia, Italia, Spagna, Olanda e da altri paesi europei. Le loro parole, pronunciate a caldo dopo quanto definito dagli stessi legali un “sequestro illegittimo” in acque internazionali, hanno confermato che il contatto con le autorità marittime non è mai stato interrotto, nonostante l’esperienza vissuta abbia lasciato il segno.
Il ricorso alla Corte europea: l'Italia chiamata in causa per la giurisdizione sulla nave “Eros 1”
Accanto agli annunci di ripresa della navigazione, il fronte giudiziario si è mosso con altrettanta rapidità gettando un’ombra lunga sulla posizione dello Stato italiano. I legali della Flotilla hanno presentato un ricorso d’urgenza alla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo (Cedu), puntando il dito non solo contro le modalità dell’operazione militare israeliana ma, in modo significativo, contro l’operato di Roma. Il ricorso, depositato nelle ultime ore, contesta la “detenzione arbitraria” di due attivisti specifici, un cittadino brasiliano e uno palestinese, i quali – a differenza della maggioranza dei 173 compagni fatti sbarcare a Creta e scortati via terra verso destinazioni non meglio specificate – sono stati trattenuti da Israele e portati nel suo territorio. Il punto centrale dell’azione legale risiede nella bandiera issata sulla loro imbarcazione: i due si trovavano sulla “Eros 1”, un’unità battente bandiera italiana. Per il team legale della missione, questo dettaglio trasforma l’accaduto in una questione di giurisdizione nazionale, equiparabile di fatto a un crimine commesso sul suolo italiano. La Cedu è stata quindi investita della questione per verificare se l’Italia – che in mare esercita autorità sulla propria flotta – abbia omesso di adottare “misure effettive di protezione” verso persone che, secondo il diritto internazionale, si trovavano sotto la sua tutela, violando così gli articoli della Convenzione europea che tutelano il diritto alla vita e vietano la tortura.
Denunce alla procura di Roma e accuse di pirateria: la battaglia sulle acque internazionali
L’escalation verbale e legale non si ferma a Strasburgo. Sulla scrivania della procura della Repubblica di Roma sono già stati depositati esposti formali che descrivono quanto accaduto in quelle acque internazionali – a centinaia di miglia da Gaza e tecnicamente a un passo dall’Europa – come una sequenza di reati gravi. Le testimonianze raccolte dai sopravvissuti, sebbene filtrate dai canali ufficiali degli avvocati, parlano di un intervento violento: i soldati israeliani, dopo aver abbordato le imbarcazioni, avrebbero rotto i contatti radio e costretto i civili a mettersi a terra. Il bilancio fornito dai ricorsi parla di trentadue persone rimaste ferite, con un attivista addirittura ricoverato in ospedale per costole rotte, un danno fisico che impreziosisce le accuse di trattamenti “inumani e degradanti”. Sul piano strettamente giuridico, si invoca per Israele l’applicazione dell’articolo 1135 del Codice della Navigazione che punisce la pirateria marittima, contestualmente al sequestro di persona e alla tortura. La diplomazia, dal canto suo, ha subito una scossa: il governo di Giorgia Meloni, storicamente schierato al fianco di Israele in Europa, si è trovato costretto a prendere le distanze dall’alleato, condannando formalmente il sequestro e chiedendo garanzie sull’incolumità dei cittadini coinvolti.
Il nodo dei due fermati: accuse di terrorismo respinte e isolamento nel sistema giudiziario israeliano
Mentre la maggior parte della spedizione – composta inizialmente da 175 persone fermate secondo i resoconti, poi ridottesi numericamente dopo lo sbarco – si riorganizza a Creta con la promessa di una “seconda ondata” di attivisti, l’attenzione si concentra sul destino dei due uomini attualmente in custodia a Israele. La versione fornita dalle autorità israeliane, filtrata attraverso i canali diplomatici, li indica rispettivamente come esponenti di un’organizzazione considerata sanzionata e come soggetti legati ad attività illegali collegate alla spedizione. Accuse che il fronte legale della Flotilla respinge al mittente con decisione, definendole “non credibili” e sostenendo che il vero movente del fermo sia quello di spezzare la spina dorsale della missione. I due attivisti, secondo quanto denunciato dagli avvocati, si troverebbero attualmente in regime di isolamento, senza accesso ai difensori o ai contatti familiari, un aspetto che rende il ricorso alla Cedu ancor più urgente per i firmatari. La vicenda, a questo punto, sembra destinata a dividersi su due binari paralleli ma distinti: da una parte il tentativo immediato di nuovi volontari europei di sfidare nuovamente la marina israeliana in alto mare; dall’altra, una battaglia giudiziaria fredda e complessa, destinata a consumarsi tra aule di tribunale romane e camere di consiglio internazionali, dove lo Stato italiano dovrà difendersi dall’accusa di non aver protetto chi navigava sotto la sua stessa bandiera.




