I pm di Genova: "Chiesti 18 anni per Castellucci, gestione criminale del ponte Morandi"

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Redazione Interno Redazione Interno   -   La procura di Genova, attraverso le parole dei pubblici ministeri Walter Cotugno e Marco Airoldi, ha chiesto una condanna a 18 anni e sei mesi di reclusione per Giovanni Castellucci, ex amministratore delegato di Autostrade per l'Italia, ritenuto il principale responsabile del crollo del ponte Morandi, il cui cedimento, datato 14 agosto 2018, causò la morte di 43 persone e il ferimento di altre 40. I magistrati, nel corso della requisitoria, hanno definito quella di Castellucci «la massima colpa possibile», sottolineando come l'imputato, a loro dire, fosse perfettamente a conoscenza delle condizioni critiche del viadotto ma avesse anteposto la logica del profitto alla sicurezza, depotenziando sistematicamente le attività di sorveglianza e manutenzione.

Le vulnerabilità note e le aggressioni chimiche

Le accuse si fondano su una mole di elementi tecnici che, secondo l’accusa, dimostrano una consapevolezza inaccettabile dello stato del manufatto. La vulnerabilità strutturale del ponte Morandi, come è emerso in aula, non era un mistero: già dal 1979 erano documentate le cosiddette aggressioni chimiche sulle superfici esterne, un processo degenerativo che minava l'integrità dell'opera. Era altrettanto noto, e ampiamente segnalato, il progressivo degrado degli stralli, gli elementi portanti, e persino la corrosione dei cavi interni alle strutture in cemento armato, dettagli tecnici di fondamentale importanza che, se valutati con la dovuta attenzione, avrebbero potuto scongiurare la tragedia.

La figura di Castellucci e la logica del profitto

I pm hanno dipinto un ritratto severo dell’ex manager, descrivendolo come una figura onnipotente e temuta all'interno della società, al punto da essere paragonato, in modo icastico, al "cattivo di Harry Potter", un personaggio il cui nome quasi non si osava pronunciare. Questa aura di intoccabilità, unita a una gestione orientata esclusivamente al risultato economico, avrebbe creato un ambiente in cui le segnalazioni critiche sulla stabilità del viadotto venivano ignorate o sottovalutate. «Sapeva, ma ha pensato al profitto»: è questa, in sintesi, l’impalcatura accusatoria che sostiene la richiesta di una pena così severa, una delle più elevate mai ipotizzate per un reatto di disastro colposo.

Un processo che segna la giurisprudenza

Il processo, che vede al banco degli imputati, complessivamente, 57 persone, rappresenta un momento cruciale per la giustizia italiana, chiamata a pronunciarsi su una delle pagine più dolorose della recente cronaca nazionale. «Qualsiasi cosa deciderete, farete giurisprudenza», ha affermato il pm Cotugno rivolgendosi alla Corte, un passaggio che conferisce al dibattimento un peso simbolico e normativo che va ben oltre la singola sentenza. La decisione dei giudici, attesa dopo sette anni dalla sciagura, è destinata a stabilire un precedente significativo in materia di responsabilità dirigenziali e di sicurezza delle infrastrutture pubbliche.

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