Crollo Ponte Morandi, la procura chiede 18 anni per l'ex ad Castellucci
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Redazione Interno
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Oltre sette anni dopo che una porzione di cielo genovese si squarciò, portando con sé quarantatré esistenze, l'aula di tribunale torna a vibrare della stessa, lacerante tensione. I pubblici ministeri Walter Cotugno e Marco Airoldi hanno depositato sulla scrivania dei giudici una richiesta di condanna che, per la sua severità, segna un momento cruciale nell'iter giudiziario: diciotto anni e sei mesi di reclusione per Giovanni Castellucci, l'amministratore delegato di Autostrade per l'Italia all'epoca della tragedia. La lunga requisitoria, un fiume in piena di argomentazioni giuridiche e tecniche, ha dipinto un quadro di sostanziali negligenze e di mancati controlli, dove la logica del profitto avrebbe, secondo l'accusa, sistematicamente offuscato le priorità della sicurezza infrastrutturale. A Castellucci, che segue le udienze in videocollegamento dal carcere di Opera dove sta scontando una pena definitiva per un'altra grave vicenda, vengono contestati i reati di crollo e di omicidio colposo plurimo.
Il peso delle omissioni
Le indagini, che si sono protratte per anni, hanno messo in luce una serie di presunte criticità nella manutenzione del viadotto, le cui condizioni erano, a detta degli inquirenti, ben note ai vertici aziendali. I magistrati, nel ricostruire una catena di responsabilità che si dipana attraverso scelte manageriali e tecniche, hanno insistito sull'elemento della prevedibilità dell'evento, sostenendo che segnali e monitoraggi insufficienti abbiano creato le premesse per il disastro. La richiesta di pena, tra le più elevate mai avanzate in un processo di questa natura, riflette proprio la gravità delle omissioni contestate a chi, all'apice della gerarchia, aveva la facoltà di decidere gli investimenti e di impartire le direttive.
La memoria e il processo
Mentre gli avvocati difensori si preparano per le loro arringhe, nella tensostruttura allestita per accogliere il maxi-processo – che vede coinvolti, complessivamente, altre cinquantasei persone – la presenza dei familiari delle vittime conferma come il procedimento penale rappresenti, per loro, l'unico canale per ottenere una verità giudiziaria. Emmanuel Diaz, fratello di una delle persone scomparse in quel 14 agosto, occupa il suo solito posto in fondo all'aula, un gesto di partecipazione silenziosa e costante. “Quel posto rappresenta un’idea, quella che l’ingiustizia non tende mai a conquistare il mondo”, ha spiegato, sottolineando come la sua presenza fisica sia un monito perenne alla corte, un sostituto di un'assenza che le carte processuali non potranno mai colmare.
Il percorso verso la sentenza
Il processo, dopo tre anni di udienze e un numero considerevole di testimonianze, si avvia ora verso la sua fase conclusiva. La palla passerà infatti, prossimamente, alle difese dei numerosi imputati, che avranno l'opportunità di presentare le loro controdeduzioni e le loro versioni dei fatti dinanzi al collegio giudicante. Solo dopo che tutte le parti avranno espresso le loro conclusioni, i giudici si ritireranno in camera di consiglio per deliberare la sentenza, atto che chiuderà un capitolo giudiziario ma che, inevitabilmente, non cancellerà il segno profondo lasciato dalla tragedia sulla città di Genova e sull'intero paese.




